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  • Cradle Of Filth: Dusk… And Her Embrace

    Cradle Of Filth

    Data di uscita: 01-01-1996

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L’abbraccio seducente dell’alba

Novembre 1996: è il momento della verità per i Cradle Of Filth. L’album annunciato sin dal 1994, che avrebbe dovuto spodestare il loro ottimo debut “The Principle Of Evil Made Flesh”; rimandato per problemi con la Cacophonous records e per i cambi di line-up, riregistrato col nuovo budget messo a disposizione dalla Music For Nations che li aveva messi nel roster dei protetti, ha ampiamente ripagato la frustrazione e l’attesa. Le potenzialità già mostrate dai sei inglesi si sono unite alla maturità di stile, alla cura minuziosa del songwriting, all’adozione di un nuovo sound. La produzione finisce per essere vagamente approssimativa rispetto a quella del “V Empire” E.P., ma l’ampio respiro del disco e la sua atmosfera colossale in qualche modo trasformano questo vizio in virtù. Come accade spesso anche per l’immaginario poetico-depravato di Dani, ormai un trademark del gusto dei Cradle Of Filth per l’horror-romantico, per l’ironica oscenità, e per le note più oscure della letteratura e dei filosofi più controversi.
L’intro è statica e magniloquente, interrotta da una remota campana e da vari sample audio di temporali e scricchiolii di un enorme cancello. “Heaven Torn Asunder” e “Funeral In Carpathia” sono due canzoni gemelle nella struttura. L’incipit è raffinato e teatrale, progredisce pian piano in velocità aumentando di tensione, una litania dannata e dalla vena nostalgico-romantica. Le stanze proseguono in successione logica verso le parti black metal sempre più violente, guidate dagli scream di Dani, qui un Nazgul uscito direttamente da Minas Morgul. È da notare l’uso di sussurrati alternati ai growl e alla voce acuta, a sottolineare atmosfere di sensualità e passione, e reclamando per questo specifico disco una grazia e una delicatezza sconosciute ai lavori precedenti. La tensione nei due brani scoppia nei rispettivi stacchi orchestrali, assoluti, ricchi del repertorio di campionature sinfoniche a cui Damien Gregori ci aveva abituati già in “V Empire”. Infine, le chitarre riprendono le melodie iniziali e portano a compimento il brano. “A Gothic Romance” inizia invece su tempo di minuetto scandito dalla preziosa batteria di Nicholas, apparentemente in sottofondo ma come sempre fantastico sui cimbali e sui piatti, pronto a dare raffinatezza e respiro sincopato alla infestata atmosfera del brano. Il delirio poetico si espande lungo un discorso musicale aperto, fluido e passionale; con coerenza la melodia si rende più complessa, introducendo variazioni ma dando la solida impressione di una coerenza di fondo, cosa rara in questo genere musicale. Il ritmo incalza, il pianoforte si fa deviato e nervoso, poi le chitarre si aggiungono in modo più pesante e mastodontico, alternate a versi femminili molto sensuali.[PAGEBREAK]Già nelle precedenti canzoni poi, Sarah Jezebel Deva, come voce soprano, aveva toccato l’apoteosi di grazia e bellezza, confermandosi un membro aggiunto di qualità e non una voce femminile messa per capriccio. “Malice Through The Looking Glass” alleggerisce in parte l’atmosfera di lavoro colossale, risultando più comprensibile anche ad un primo ascolto. È l’unico pezzo interamente scritto dalla nuova formazione, ed è molto basato sul lavoro di contrappunto (da manuale) dei due chitarristi, su cui Damien ricama in modo semplice ed efficace. La title-track è maestosa e violenta come l’anima del gruppo, curata ma molto frontale, veloce nei cambi e dal piglio deciso. La batteria black lascia un po’ di spazio solo sul regale ritornello, una sequenza di melodie che si inseguono e di rime che dialogano tra loro, e il seguente momento tastieristico, poetico e sinfoneggiante. Tempo per respirare di nuovo, e di introdurre la giusta ispirazione con la romantica strumentale “The Graveyard By The Moonlight” che sfuma nel clavicembalo della perla di bellezza “Beauty Slept In Sodom”, figlia di un’estetica superiore, di un feeling immediato che cattura, che incastra lo spirito nelle sue pause intrise di nero delirio. Il pezzo prosegue con una stanza dalla musicalità perfetta che la consegna a riff potenti e accelerazioni in crescente tensione. “Haunted Shores”, pezzo nazionalistico sulle leggende di Avalon e sul mito di King Arthur è invece coerente, serrata, meno varia, tenuto conto del resto del disco. Termina in modo severo, e piuttosto inquieto nel ritornello e nel finale, complice la declamante voce di Cronos dei Venom circondata dal tappeto di chitarre e dagli effetti digitali di un temporale violento in sottofondo. Conclude il rituale “Carmilla’s Masque” strumentale che si offre di reinterpretare la languida malinconia della crudele e seducente vampira di Sheridan Le Fanu. Un solitario violino attraversa una malinconica melodia da carillon, scandita qualche volta dal suono di una campana; un rumore di passi e del vento che attraversa una stanza conduce l’ascoltatore ad ascoltare da vicino la duplice anima di Carmilla, di cui udiamo pianti di dolore misti a risa di piacere, mentre i timpani e i violini in crescendo si fanno carichi di tragedia e solennità.
Grande lavoro di maturità, questa volta quasi esente da difetti, contaminato qua e là di intuizioni geniali e di un ottimo gusto estetico. Un capolavoro oltre il genere.

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