Home > Recensioni > Cradle Of Filth: Godspeed On The Devil’s Thunder
  • Cradle Of Filth: Godspeed On The Devil’s Thunder

    Cradle Of Filth

    Data di uscita: 24-10-2008

    Loudvision:
    Lettori:

La durezza nella mano, la notte nel cuore

“Io vi invoco, Barron, Satana, Belzebù, nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, della Beata Vergine e di tutti i santi.
Venite a me nella vostra incarnazione mortale, affinché io possa udire la vostra parola, e soddisfare ogni mio desiderio.
Rispondete al mio invito e vi darò in pegno qualsiasi cosa vogliate, per vile che possa essere, ed il possesso della mia vita.”

Gilles De Rais era abile condottiero, maresciallo di Francia al servizio di Giovanna D’Arco, famoso per il suo essere pio e generoso negli anni di gioventù. Con quelle parole, nella pur prematura seconda parte della sua vita, egli sentenzia la definitiva caduta dentro la spirale di una malattia, che è diventata un archetipo dei casi di studio degli omicidi seriali.

Ma è meglio precisare che così parla attraverso l’immaginario dark dei Cradle Of Filth, da sempre indagatori del mondo interno più disturbante, e delle deviazioni a cui strizzano l’occhio senza esprimere giudizio, con un certo grado di mai banale introspezione.

Sono passati poco più di dieci anni dalla favola perversa di Erzsèbet Bathory, ed il ritorno alla forma del concept album ha acceso le speranze di molti. L’ispirazione, quando c’è, è una grande risorsa, e può motivare verso traguardi di cui il quartetto di Sufflok si è dimostrato capace, in quel passato ormai rimpianto, e che tutti vorrebbero vedere rinnovarsi.
[PAGEBREAK] Traguardi che restano tuttora irraggiungibili. Le atmosfere teatrali, l’enfasi sinfonica, il lirismo e la femminilità presente nei dischi più ebbri della loro carriera rimangono ancora soffocati. “Godspeed On The Devil’s Thunder” è un disco dall’animo profondamente spigoloso e maschile, risucchiato nell’egoistica tragedia psicologica del personaggio di De Rais. Ad eccezione della bella ed accattivante “The Death Of Love”, in cui si affaccia il personaggio di Giovanna D’Arco e la sua influenza nel destino del nobile francese. Canzone che rappresenta uno dei momenti più carismatici, in un disco comunque non privo di belle notizie.

Infatti la scrittura musicale finalmente si impreziosisce di strutture meno banali rispetto agli sterili episodi ultimi della loro discografia; le suite musicali spesso trascinano l’ascolto tra i fraseggi e le fughe delle due chitarre, come accadeva un tempo. Purtroppo non manca il vizio di fermare l’evoluzione delle melodie con riff di stampo tipicamente heavy e thrash. Manca poi quella ricompensa dell’ascolto e della partecipazione ai momenti più tesi e pesanti. Quell’esplodere della tensione in momenti catartici ed accorati, come le pièce orchestrali e drammatiche a cui si era abituati ai tempi d’oro dei loro concept album.

Questo è l’episodio che registra finalmente una risalita del contegno, e si completa con un lavoro diligente sui testi e sull’evoluzione del multi-sfaccettato personaggio di De Rais; ma anche questo, non è ancora spettacolare, né poetico agli eccessi dionisiaci che si pretenderebbero dai Cradle Of Filth in stato di virile creatività.

Così “Godspeed On The Devil’s Thunder” riesce a suonare colossale quanto la loro voglia di far vedere che sanno tendersi sempre all’arduo impegno; ma il demone che gli divora le ali resta quella consumata esperienza da cui non sembrano più capaci di muoversi, depredandosi da soli del pathos: la caratteristica migliore che abbiano mai avuto, e su cui è legittimo ormai perdere la speranza.

Scroll To Top