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  • Cradle Of Filth: The Principle Of Evil Made Flesh

    Cradle Of Filth

    Data di uscita: 01-01-1993

    Loudvision:
    Lettori:

All’inizio era la carne…

Disco di debutto per un sestetto inglese, disco di battesimo per una nuova etichetta underground, una delle tante che si proponeva di arricchire l’universo di quello che sembrava essere la nuova moda: il black metal. Tuttavia qui ci si discosta molto dal tradizionale stile di Mayhem, Bathory, Burzum. L’immagine grottesca e ironica che i nostri si vogliono dare, come insider di un horror gotico malato e perverso, arricchito di citazioni da letteratura, filosofia, e cinema è ben rappresentato in questo disco da un tratto peculiare della band: l’aspirazione a sinfonie melanconiche, tragiche, con un background di tastiere cinematiche volto allo scopo. Fortunatamente, queste non sono pompate come in una colonna sonora, e sono ben più pregnanti di un main theme o movie score. Le chitarre si alternano tra riff potenti e toccate black, il basso è molto mobile e tecnico, la batteria straordinariamente coordinata e veloce (si dice che Nicholas Barker sia stato reclutato due settimane prima di cominciare a registrare, va un plauso alla sua sveltezza manuale nell’imparare i pezzi in tempo per la registrazione). Menziono a parte il cantante Dani, in quanto è uno screamer diverso da quanto si è sentito nel black metal fino al 1994, e in quanto autore unico dei testi. La sua voce in linea di massima è riassumibile come una combinazione di growls stile death e le urla maligne molto acute. Nella produzione nera e sottilmente magniloquente di questo disco, lo spiccare dello screaming sul resto attribuisce sensazioni vere all’immaginario vampiresco, sensuale, sanguigno di cui è impregnato il lavoro. Ne sono dimostrazione alcuni brani che andremo a vedere. Dopo un’intro pseudo-sinfonica, e dalle intenzioni austere, si staglia la title track. Una serie di riff molto chiusi e una batteria serrata introduce il tema classic-black rifinito di tastiere, riemergendo quindi in aperture più teatrali; ma la parte più impressionante qui è il climax raggiunto a poco più di metà del pezzo, dove insieme ad una partenza violenta di chitarre e batteria, Dani si lancia in una martellante e ossessiva serie di scream che sembrano andare sempre più in alto in tonalità ad ogni sillaba. “The Forest Whispers My Name” parte con riff e tempo molto catchy, poi notevole è la musicalità dei versi durante le aperture chitarristiche che fanno ampio uso del sustain, finale in crescendo. “The Black Goddess Rises” è il primo capolavoro del disco. Il pezzo, intriso di sensualità, inizia come una litania violenta per poi scivolare lentamente in una dolce ballata con violoncello, voci femminili, sospiri. Anche qui ho il piacere di notare versi non troppo complicati, efficaci e musicali. [PAGEBREAK]“To Eve The Art Of Witchcraft”, che segue l’ottima “A Crescendo Of Passion Bleeding”, si distingue per un uso incredibilmente azzeccato delle tastiere, per il recitativo femminile, per le armonie chitarristiche che nel finale chiudono in crescendo il brano. Il piatto forte arriva con “Of Mist And Midnight Sky”, otto minuti di pura sinfonia in nero, inizialmente un pezzo doom sorretto da tastiere più massicce che nei pezzi precedenti; lentamente, si trasporta verso accelerazioni più consistenti e molto tecniche, fino a un finale estremamente maligno e drammatico, reso atmosferico dai choirs e dall’organo campionato. “A Dream Of Wolves In The Snow” è transizione visionaria, come i molti intermezzi strumentali presenti nell’album, fondato su un giro di tastiere facile da cogliere e dall’inconfondibile timbro vocale di Darren White (ex-Anathema) che figura come guest singer. Arriva a concludere l’operetta horror un pezzo dal feeling eccezionale: “Summer Dying Fast”. La batteria a ritmo vertiginoso lancia la canzone senza indugi; si entra in una serie di chiaroscuri, un dialogo tra voce recitativa e organo che insegue le stesse note del vocalist, poi reso più marcato dall’inserimento della chitarra; la tensione giunge al massimo con uno stop-ripartenza di chitarre furiose, dell’organo che ricama una nenia solenne, e della voce di Dani ai limiti dell’isteria. Ancora un cambio di tempo ed è giunto il momento del finale, dove le tastiere disegnano un tappeto crepuscolare di pizzicati di violino, su cui le chitarre ricamano con assoli ammalianti. Il tutto in dissolvenza, sancendo la fine del lavoro. Un ottimo album di debutto per una band che sembra avere le idee molto chiare sul suo indirizzo.

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