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  • Cradle Of Filth: Thornography

    Cradle Of Filth

    Data di uscita: 16-10-2006

    Loudvision:
    Lettori:

Il lento decadere della perfida Suffolk

Con un titolo come “Thornography” i Cradle Of Filth avevano solo due chance: avvolgersi intorno a quella bellezza ritratta come innocente, protetta ed allo stesso tempo aggredita dalle spine della crudeltà, o infilarsi direttamente la corona di spine in testa. Forse c’è da prenderli sul serio quando si definiscono una ‘joke band’. Perché riescono a fare un po’ di tutte e due le cose, senza convincere. “Thornography” ibrida le ultime propensioni dei Cradle Of Filth verso le commistioni thrash ed heavy con un po’ di quella teatralità smarritasi nel precedente “Nymphetamine”. Ci sono, sin da “Tonight In Flames”, sforzi di creare fantasie soliste sopra la ritmica, ormai padrona del CoF-sound, rocciosa, monolitica e talvolta pompata allo sfinimento. C’è un istinto catchy in “The Byronic Man”, che si distingue proprio per l’azzeccata inventio melodica, e per un’introduzione da manuale, ma ci sono problemi d’espressività che dilagano praticamente ovunque. Anche se le orchestrazioni di Dan Presley fanno molto di più che da semplice sfondo, ogni brano è straripante di bridge, refrain, virtuosismi che ormai sono forma depredata della sostanza. Riempiono vuoti di brani che, per quel che costituisce la loro essenza, potrebbero durare tranquillamente molto meno. “I Am The Thorn” ne è un chiarissimo esempio, d’impressionante pesantezza chitarristica ma ottusa, opaca, salvo nelle brevi divagazioni à la Morbid Angel del ritornello centrale.[PAGEBREAK]Paul Allender fa qui un grosso errore, sprecandosi nella solita potenza sovrabbondante, animando stili che renderebbero meglio nella loro claustrofobica lentezza, e tendendo egocentricamente al virtuosismo dei suoi riff. Salvo poi azzeccare qualcosa, come i tocchi delicati di “Lovesick For Mina”; che soffre però per i brevi stacchi heavy, più consoni ad un ambiente thrash/death classico, piuttosto che ad un lavoro di pregevole fattura. Lodevole ancora l’esperimento di “Rise Of The Pentagram”, che riequilibra le sorti d’un album scevro di strumentali (scevro, infatti, di Martin Powell) con un insolito brano di miste orchestrazioni e chitarre elettriche: teatrale, minaccioso, tiranneggiante.
Talvolta goffi e kitsch, raramente grandiosi come si pretenderebbe da loro, i Cradles fanno capire di non avere più molto a che vedere con il barocco contrappuntistico ed il pathos d’un tempo: gli ospiti come Ville Valo sono vere e proprie comparse, Sarah Jezebel Deva è quasi non pervenuta, non vi è nemmeno un brano dal forte appeal come “Nymphetamine” in tutto l’album, stavolta. Diminuendo la tavolozza dei colori musicali, spariscono fortunatamente le citazioni maideniane e lo stile fin troppo rilassato di episodi come “Absinthe With Faust” ed “English Fire”, ma l’atmosfera perviene a malapena, ed il quintetto insiste a costruirsi questa scomoda nicchia intrappolata nell’eccellenza nella mediocrità. Un album dei Cradle Of Filth con pochi compromessi e molti episodi minori, da ascoltare ad alto volume. È abbastanza per parlare di antitesi ed implosione?

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