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  • Cradle Of Filth: V Empire (Or Dark Faerytales In Phallustein)

    Cradle Of Filth

    Data di uscita: 01-01-1996

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L’atteso ritorno dei Cradle Of Filth: è conferma?

Invece dell’attesissimo “Dusk… And Her Embrace” la primavera del 1996 vede il gruppo di Suffolk uscire con un E.P. di sei canzoni e quaranta minuti, “V Empire”. Il debutto aveva lasciato intendere una band dalle chiare prospettive, ambiziose, creative e allo stesso tempo vincolanti in merito allo stile. L’E.P. ci dimostra come stile e ambizione siano il pane quotidiano per i Cradle Of Filth, riusciti nello scopo di raggiungere un sound aggressivo nonostante la radicale pulizia e il dettaglio della produzione, e rilanciando allo stesso tempo la loro immagine estetica. Appropriatezza delle liriche, atmosfera costruita su tastiere che costituiscono qualcosa di più che un semplice strumento d’appoggio, riff black metal, e gli scream sempre più acuti di Dani: la grande evoluzione ha seguito principalmente questa direzione. In “V Empire” c’è spazio per la poesia di Dani, manipolatore del verso, padrone della retorica della lingua ai fini di ‘oscenizzare’ il nobile e rendere la perversione un’arte. C’è spazio per timbri tastieristici più sinfonici e leggermente più epico-romantici che in passato, eliminando quasi del tutto violini solitari o organi solenni. Al loro posto, il nuovo tastierista Damien imprime il suo spettro sonoro basato su ensemble di archi, cori, pianoforte, atmosfere calde e crepuscolari. C’è spazio per il nuovo chitarrista Stuart Antsis, meno riff-oriented di Paul Allender, propenso ad una tecnica più ricercata e al modello di composizione contrappuntistica. Tuttavia si tratta di semplici adattamenti dei pezzi alla personalità dei nuovi membri, in quanto l’intero contenuto dell’E.P. è opera della vecchia formazione il cui membro più attivo insieme a Dani era Paul Allender. Portando ancora avanti i temi di un’estetica crudele, della natura umana schiava di sentimenti di ebbrezza per il bello e di lussuria perversa verso una femminilità preda e predatrice, della superiorità stessa del fascino sulla ragione, giocando con mitologia, erotismo e letteratura, questo lavoro diventa parte di una trilogia, conclusa poi dal successivo “Dusk…And Her Embrace”. L’intro tagliente “Ebony Dressed For Sunset” mette in chiaro quanto la qualità della produzione renda giustizia alla vena estrema, e perfettamente orchestrata, del gruppo. La batteria di Nicholas cambia frequentemente tempo, passando attraverso un muro solenne di chitarre e tastiere. Dopo quest’orgia euforica di indubbio fascino si fa strada la già nota “The Forest Whispers My Name” che mette più in risalto le parti sinfonico/recitate rispetto alla versione originale, mantenendo intatto l’impatto estremo che l’ha ormai decretata come tipica live-track.[PAGEBREAK]Segue la suite di 10 minuti “Queen Of Winter, Throned”, anch’essa inizialmente familiare, in quanto introdotta con un adattamento della prima parte di “A Dream Of Wolves In The Snow”. La canzone in sé presenta alternanze di tre momenti diversi: uno tragico ascendente con voce gotica bassissima, uno estremo discendente con voce black altissima alternata a urla più dirette e basse per aumentare d’incisività, uno sussurrato in combinazione con gli altri due stili vocali nei momenti più atmosferici, sorretti dalle orchestrazioni di Damien. Nonostante la lunghezza, la geometria del pezzo è facilmente rintracciabile tramite la lettura dei versi e l’ordine delle strofe, risultando ben congeniata piuttosto che prolissa. Non faccio grosse menzioni sul pezzo successivo, “Nocturnal Supremacy”, a mio parere non riuscito come dovrebbe in questa versione, ri-registrato per il successivo album con maggiore fortuna. Il quinto brano, “She Mourns A Lengthening Shadow”, è un momento distensivo; non si tratta di una strumentale cinematica come le tante dell’album precedente. Qui si trova il contributo di una vera orchestra da camera e il suono se ne giova risultando caldo e suadente, esattamente come il temperamento del brano composto in modo disteso, melanconico ma dolce, a volte indugiante in pause più intimiste di pianoforte con brevi successioni di note. Un riff piuttosto aggressivo riprende il mood tipico dei Cradle Of Filth presentando l’ultimo brano-suite di otto minuti, con un incipit molto vario, dapprima violento e poi aprente una pausa pianistica accompagnata da violino. Vari fraseggi portano all’overture orchestrale centrale del pezzo, che si evolve in due tempi. Un tappeto di tastiere abbozza il motivo principale, insieme all’accompagnamento sfumato e prezioso della batteria, e circonda il sussurrare lascivo di Dani; poi la melodia stessa rinasce nuovamente con la voce femminile del soprano Sarah J. Deva su una base di chitarra classica, culminando con lo stesso tema musicale potenziato dal pieno straripare di chitarre distorte e del cantato di Dani che sovrappone la propria voce in più mandate, unendo i suoi vari timbri espressivi. Menzione separata per le female vocals, qui un coro di tre voci, un soprano (Sarah Jezebel Deva) e due voci recitanti. Queste ultime suonano lascive e femminili, anche il cantato lirico è decisamente azzeccato nei nuovi pezzi, in grado di raggiungere l’estetica ideale per l’orecchio, senza suonare forzato. Un balzo di maturità stilistica in avanti impressionante, che fa ben pensare a quanto segue con il successivo “Dusk…And Her Embrace”. Tuttavia, il bilancio non è completamente positivo: l’equilibrio si regge su due inediti riusciti, una buona intro e una buona strumentale. Il resto si giustifica per lo più per chi è stilisticamente interessato alle innovazioni proposte in fatto di sound e composizione dai Cradle of Filth.

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