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Cristina Donà: Piccole gocce crescono

Incontriamo Cristina nel bel mezzo delle prove per la serata. Il teatro Sannazzaro di Napoli ospita l’intera troup della Donà che lavora per l’ottima riuscita della performance. Cristina, da buona padrona di casa, ci invita ad accomodarci tra le strette (forse fin troppo!) poltroncine vellutate della platea. È serena, lo si capisce dalle espressioni del volto che accompagnano le sue parole. Serenità che scaturisce da una vita serena accanto ad un uomo che ama. Davide, il marito, è sempre presente nei suoi discorsi. Sarà tanto presente anche in un album, “La Quinta Stagione”, pieno di belle immagini, di suoni, di storie. Un lavoro che racconta come curioso avvicinamento ad un mondo nuovo, a concezioni lontane e affascinanti come la medicina tradizionale cinese.

La quinta stagione in medicina cinese è stagione intermedia tra estate e autunno. Periodo di riflessione. La tua riflessione è avvenuta in anni di collaborazioni. Cosa ti hanno lasciato?
Affrontare progetti diversi dal mio è stimolante, anche se sono sempre abbastanza timorosa nell’intraprenderli. È un timore che serve a scegliere la migliore alternativa. È giusto per un artista trovare una direzione che possa essere utile a quello che si sta facendo. Le collaborazioni con Annie Whitehead e il progetto Stazioni Lunari mi hanno aiutato a cercare sonorità nella canzone popolare non solo italiana. “Buon Compleanno Faber”, con la PFM, mi ha avvicinato ad autori come De Andrè o come Battisti, che sento appartenermi. Quando ero piccina mia sorella mi faceva ascoltare queste cose, e ora sembrano far parte del mio dna. L’obiettivo di questo nuovo percorso è un testo che abbia una storia da raccontare. Nel disco c’è “Laure”, ispirato al “Profumo” di Suskind, che è molto più cinematografica delle altre. Bisogna poi partecipare a questi progetti per divertirsi in modo costruttivo. I testi di Wyatt hanno delle melodie particolari, e il lavoro vocale è quello che più mi interessa.

“È tempo di imparare a cadere”. Parole sagge. Cristina è cresciuta o “niente è cambiato anche se tutto è diverso”?
Credo ci sia un’evoluzione naturale. In ogni album c’è stato un cambiamento, e fa tutto parte di un cammino, di scoperta della musica, dell’uso della voce. Ogni volta cerco di proporre qualcosa che sia mio, ma che sia allo stesso tempo diversa. Non mi devo annoiare in ciò che faccio, devo tener ben presente la fortuna che ho nel fare un lavoro che mi piace. Frequentando un corso di yoga, dove c’è un’insegnante speciale che mi ha molto influenzato nella scrittura dei testi, ho imparato l’importanza della consapevolezza delle cose. Concetto che può sembrare scontato, ma in realtà è difficile da metabolizzare. Anche l’ “imparare a cadere” è frutto di un percorso diretto alla consapevolezza.

I tuoi testi narrano di un amore forte, fortissimo. Struggente perché reale. Reale perché a volte risponde ad una storia con inattesa ironia. Son parole di chi si è calato nel personaggio o di chi le ha vissute? È davvero il tuo modo di vivere l’amore quello che ascoltiamo?
I miei testi sono anche frutto di osservazione, anche se le immagini che canto non possono non appartenermi. L’amore è tema principale di tutte le arti perché ha mille sfumature, ti da delle emozioni che sono legate ad una parte molto profonda di noi che credo possa collegarsi alla creazione dell’universo. Le vibrazioni che l’amore produce hanno a che fare con le forze che fanno ruotare i pianeti. Non vorrei sembrare troppo mistica, ma ho scoperto che è tutto molto più reale e concreto di ciò che crediamo. E se i nostri sentimenti producono energie, l’amore è quello che racchiude in sé più sfumature. Il mio obiettivo è parlare di tutto questo evitando gli stereotipi della canzone d’amore.
[PAGEBREAK] La parola è un elemento fondamentale nella tua musica. Che lavoro si fa per cercare la stessa musicalità in un’altra lingua?
Il lavoro per “Cristina Donà (U.K. version)” è stato un percorso fatto con mio marito, grande conoscitore della lingua inglese, e con Davey Ray More (ex leader dei Cousteau), produttore dell’album e adattatore dei testi che Davide ha tradotto. Davey è anche un songwriter ed ha saputo perfettamente tener conto della musicalità delle parole. Il suo lavoro mi ha veramente stupito, non conosco una persona che possa fare un lavoro del genere meglio di lui. Ci conoscevamo da tempo, quindi abbiamo lavorato in perfetta simbiosi.

Tu faresti lo stesso lavoro per un artista straniero?
Non so se ne sarei in grado. Tempo fa ci ho provato quando Patty Pravo mi propose un brano per un suo album ed io, anziché scrivere un pezzo, cominciai un lavoro su un brano in inglese. Il lavoro terminato non mi soddisfò in pieno. Magari ora sarebbe diverso, me ne sentirei più in grado, ma non è una cosa semplice. Poi chissà…come sfida con me stessa potrebbe essere interessante!

Un album più vicino al pubblico, ma premiato dalla critica (premio M&D).
È un premio che mi ha stupito. Credevo che dopo questo “cambio di direzione” verso un disco più pulito la critica mi avesse stroncato, ma evidentemente è arrivata nel modo giusto la mia intenzione di “semplificazione”. Un lavoro non facile. Ad esempio, dietro “Universo” ci sono le letture degli ultimi anni di argomenti come la meccanica quantistica, la concezione dell’universo per la medicina tradizionale cinese. E ho cercato di racchiudere tutto in una canzone, cercando di comunicare esattamente quelle sensazioni che avevo provato. Ciò in cui ho creduto e per cui ho lavorato è arrivato. Ne sono felice.

Nel live accompagni il pubblico ai testi?
Mi piace molto parlare col pubblico e presentare la mia parte più giocherellona, che non vien fuori in tutti i testi. L’anno scorso ho avuto voglia di fare un tour da sola, presentando le canzoni così come sono nate.
In questo live mi accompagna invece un nuovo gruppo (nuovi componenti a parte il chitarrista che ha già lavorato con me), quello che ha lavorato alla registrazione dell’album. Avevo voglia di provare un nuovo approccio alla composizione, al modo di suonare. È un ritorno a sonorità molto rock.

La presenza di Creme.
Stasera a Napoli non ci sarà. Viene quando può. L’ho conosciuto nel 2000 in Salento. Mi piacquero molto i suoi brani. Qualche anno fa ci siamo rincontrati e ho ascoltato l’intero album che mio marito, con la sua piccola etichetta discografica, ha deciso di pubblicare. Poi è arrivato il mio invito per questo tour.

Un gruppo italiano di tua cara conoscenza, anch’esso figlio di papà Agnelli, i Subsonica, hanno usato la metafora dell’eclisse per il titolo del loro ultimo album. La stessa allegoria è titolo di un testo de “La Quinta Stagione”. Continuando con le metafore… che luce cade sul panorama musicale italiano in questo momento?
Io ascolto molti demo e noto quanto siano cresciute le qualità tecniche dei gruppi. Probabilmente c’è più voglia di suonare, ma purtroppo le strutture son rimaste le stesse. Gli enti non hanno cambiato l’approccio alla musica, che ancora non è considerata un Bene Culturale. Quello che ascolto è interessante. Bisognerebbe, però, cercare un linguaggio personale. Mi vengono in mente nomi come Bjork e i Sigur Ros, che hanno un ottimo stile del tutto personale. Nulla si inventa, conta il linguaggio.
Io sto cercando di creare un mio stile, ed è l’invito che faccio a tutti.

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