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Critici e film: Lettera aperta a una critica in Mostra

Cara Natalia Aspesi,
siamo quelli con il pesante zainetto contundente e il pass verde, stiamo svegli fino a tarda notte per vedere film di cui nessuno si ricorderà appena finita la proiezione, ogni tanto urliamo al capolavoro, altre alla “boiata pazzesca”, altre ancora ci addormentiamo sfiniti dalla giornata di visioni.
Ci spiacerebbe vedere il posto a sedere dell’Arte occupato dal Divertimento, Vanzina che fa alzare Skolimowski. Ci piace che Venezia sia Mostra e non Festa, sempre alla ricerca del capolavoro invece che del successo commerciale.
Non c’eravamo nel 1961 per “L’anno scorso a Marienbad” né l’anno prima per applaudire Antonioni. Ma siamo qui e ora per acclamare sconosciuti, vecchi e nuovi maestri, per fare critica e dibattito, saremo sempre élite in risposta a un pubblico pronto a giudicare con aggettivi come “buono”, “bello” o “carino” qualunque film e pronto a mettere in riga titoli e registi con stelle, palle, numeri e medie aritmetiche.
Siamo stufi della scusa del mercato che non lascia spazio al talento compreso e non, saremo sempre disposti a sentire parlare Marco Muller in cinese che presenta Wang Bing piuttosto che Giusti in italiano che loda Vanzina.
In questi giorni, su tutti i giornali, si parla di Mostra decaduta, della fine di una storia di grande cinema, del basso profilo che non fa colore. Cos’è cambiato negli ultimi anni? È calato il pubblico, sono spariti gli autori, il mercato ha cercato di farla da padrone e poi è scappato a gambe levate?
O forse c’è stato un grande fraintendimento, in un gioco delle buste dove pubblico e mercato puntano senza conoscere la posta in gioco dell’altro: il risultato è un impoverimento generale, meno pubblico (e sempre meno esperto), in cerca di un turismo da fiera del cinema invece che da cinefili stabili da festival, dove si insegue con foga il posto in prima fila davanti al tappeto rosso invece che in sala.
A chi fa più ore di coda che di proiezioni, le notizie esplosive dei tacchi di un’attrice che si crede diva quando invece è solo archetipo di mediocrità televisiva, dei turbamenti e dei litigi della (ex) giovane top-model e dell’assenza di cibo (fame nel Lido?) al party di Arnault, non arrivano e non modificano i serrati programmi della giornata cinefila.
Da Venezia 64, anno d’oro dell’impero Muller, a Venezia 67 sono cambiate molte cose, forse troppe. Da Anderson, Branagh, De Palma, Greenaway, Loach e Rohmer a Gallo, Scnhabel, Larrain, Ozon: è cambiata la politica di selezione del concorso ufficiale (in cerca di autori meno affermati) o i grandi cineasti hanno preferito altri lidi? Ma anche tra quei grandi nomi, pluripremiati, non siamo riusciti a trovare né “Bella di giorno” né “Il raggio verde” per citare due Leoni d’Oro che hanno fatto la Storia della settima arte.
Dai primi anni ’90 hanno vinto film sconosciuti, a sorpresa, grandi maestri che però hanno lasciato un segno troppo lieve nella memoria del Festival e del Cinema.
Forse bisogna aspettare che questi film decantino per diventare gran riserve invece che solamente buone annate. O peggio ancora riserve indiane del cinema d’autore. O forse, cara Aspesi, dovremmo prendere atto che non ha proprio senso aspettare il capolavoro perfetto che in tempi di post-modernità appare sempre più un’attesa di Godot.

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