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Teoria e pratica del caos

Non sarà un po’ prematuro incensare questo EP? Soltanto sei canzoni, suonate da una band che fino all’altroieri nessuno conosceva, cinque tipi che non potrebbero essere più diversi l’uno dall’altro, balzati agli onori della cronaca grazie a Myspace e a un pugno di concerti in California, senza nemmeno un full-length in saccoccia? Cosa avranno di diverso questi Crystal Antlers rispetto alla miriade di altre band che sono durate giusto il tempo di quattro brani in streaming su una paginetta web accattivante?

Forse conscio della crudele illusorietà della fama conquistata sul web, il quintetto californiano sceglie di esordire sulla breve distanza: un EP per tastare il terreno, e – al contempo – già conquistarlo, già sgretolarlo. “Until The Sun Dies (Part 2)” è il pezzo di apertura: per qualche secondo, solo una sommessa cacofonia di suoni distorti. Poi si parte: le chitarre grattano furiose, quasi punk. Jonny Bell grida fino allo spasimo delle corde vocali, quasi hardcore. Il basso pulsa inesorabile e potente, quasi prog. Batteria e percussioni tribaleggiano, quasi latin. E poi, dopo un minuto di furia, le rapide si acquietano in un torrente di tastiere quasi psichedeliche. I Crystal Antlers sono “quasi” un milione di generi diversi.

Prendiamo la successiva “Vexation”: non si fa in tempo a bollarla come un punkaccio sporco e incazzato che avrebbe fatto furore in Inghilterra trent’anni fa, che subito questi californiani si mutano in qualcos’altro, ripetendo riff ipnotici all’infinito, immergendosi in ruvidi trip riecheggianti distorsioni noise, tambureggiamenti, synth spaziali, cori iper-riverberati (ascoltate “A Thousand Eyes” e provate a contare in quanti mondi diversi venite trasportati). Nei due brani successivi fa poi capolino un rock più puro, seppur declinato in un’ampia gamma di contaminazioni diverse. E, a degna conclusione, “Parting Song For The Torn Sky” è una lunghissima, cantilentante arrampicata psych-rock, ma sporca e cattiva come non si credeva che lo psych-rock potesse essere, e come invece i Crystal Antlers sono riusciti a fare in soli 25 minuti di EP.
[PAGEBREAK] Abbandonata la speranza di vederli dal vivo nel futuro prossimo (il tour europeo previsto per il 2009 ignora bellamente l’Italia), ci consoliamo con un’impressione: l’impressione che, nonostante la spaventosa energia sprigionata da questi brani, sia proprio lo studio di registrazione l’ambiente più congeniale agli Antlers. Perché il lavoro di produzione è quasi maniacale nel concedere uno spazio netto a ciascuno strumento (e sono tantissimi) e nel definire con precisione ogni sonorità (e sono tantissime). Quello dei Crystal Antlers è caos organizzatissimo, caos che chiede a gran voce di essere organizzato, di essere riconosciuto e valorizzato in ogni sua geniale contaminazione, diramazione, follia. E questo è un altro punto a favore del quintetto. Che ricordiamo, è al suo primo EP e non ha nemmeno un “vero” album in saccoccia.

Ancora convinti che sia prematuro incensarli?

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