Home > Recensioni > Curse Of The Golden Vampire: Mass Destruction

O della bellezza dell’inutilità ragionata

Tralasciando le note biografiche di Justin Broadrick e Kevin Martin, che potete furbescamente cercarvi da soli, arriviamo al punto della questione: questo disco spacca. Benché non vi sia praticamente nemmeno un’oncia di materiale inequivocabilmente originale. O meglio, le influenze delle composizioni crescono in una manciata di mondi diversi, per convergere in una quintessenza che, nel momento stesso in cui si fa suono, assume caratteristiche avvertite più volte nell’etere, ma mai delineate con tanta lucidità.
Messe da parte le velleità semi-intellettuali di tanti progetti passati, l’uno e l’altro personaggio calcano la mano su radicati e radicali istinti punk/grind più che nichilisti, in un attacco frontale e reiterato che lascia, davvero, senza respiro. Dove il primo capitolo – ai tempi della partita era anche Alec Empire, ora messo da parte (colpa di “Intelligence and Sacrifice”?) – mostrava una qual certa varietà di base che passava, sì, necessariamente attraverso le elucubrazioni à la Digital Hardcore, mettendo in luce la volontà di sperimentare con moduli dub e hip-hop, ora il secondo atto porta alla luce un’attitudine pienamente in vena Discharge, G.B.H., Napalm Death e co., digitalizzati e sparati in faccia all’ascoltatore che manco Delta9. A completare il quadro della parossistica violenza dell’album, una volutamente quasiridicola presa di posizione sociale e un velato sperimentalismo tra battiti brokenbeat/jungle, rumorosi campionamenti di chitarra e qualche eco degli altri progetti del temibile duo.
Il significato del disco sta tutto nel titolo dell’ultima canzone: “Random Act Of Senseless Violence”; non ha senso, semplicemente non ne ha. È per questo che è così godibile.
Interessante, genuino, intelligente, divertito e divertente, in pochi quarti d’ora riconcilia l’ascoltatore con un mondo vastissimo che va da Masonna passando per il powerviolence e la gabber. Manca talmente di ragion d’essere da risultare uno dei dischi più belli degli ultimi mesi.

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