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  • Cynic: Traced In Air

    Cynic

    Data di uscita: 27-11-2008

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Oltre lo spazio e il tempo

Esce un po’ in sordina sotto Season Of Mist il nuovo lavoro dei Cynic, a quindici anni dal capolavoro “Focus”.
Inutile negare che i dubbi fossero almeno pari alle aspettative, i protagonisti dell’avventura avevano intrapreso altre strade. “Focus” è stato un disco unico fuori dal tempo che molti ritenevano e ritengono tuttora irripetibile, un disco che oggi mostra la sua età solo per la registrazione vintage dei gloriosi Morrisound.

Probabilmente anche per Paul Masvidal e Sean Reinert dare un seguito a quel lavoro è sembrato per lungo tempo sbagliato, più che difficile. Oggi dopo aver passato sufficienti esperienze e percorso le proprie strade, il cerchio si è chiuso e i Cynic sono tornati.
La line-up è grossomodo la stessa di allora, Sean Malone è una sorta di guest al basso come lo fu quindici anni fa, Tymon sostituisce Jason Gobel, seconda chitarra e growl.

Come si costruisce il seguito di un album seminale registrato quindici anni prima?
“Traced In Air” riesce davvero a ricominciare dove era finito “Focus”, c’è lo stesso feel ultraterreno, c’è la coppia Reinert – Malone che fa fuochi d’artificio, c’è persino l’artwork di Robert Venosa: il booklet è una vera e propria galleria d’arte di questo pittore del Colorado, che a prima vista spiazza e poi arricchisce l’atmosfera dell’album. Un’abbuffata spaziale, trentacinque minuti che già dall’intro “Nunc Fluens” si preannunciano categorici, dobbiamo proprio dirlo: erano anni che non sentivamo un disco metal così interessante.
[PAGEBREAK] “Traced In Air” rappresenta qualcosa di più, ora sappiamo che “Focus” non era un esperimento unico, cynic è un genere musicale.
Andando a cercare le intavolature di “Uroboric Forms” vengono fuori partiture folli per cinque o sei chitarre, “Traced In Air” è meno arrangiato, pur rimanendo ipercompresso e iperstrutturato le linee di chitarra sono nette e distinguibili, forse anche per questo perde un po’ della varietà del predecessore, è un monolitico blocco di metallo lucente da un altro mondo.

Paul Masvidal si conferma un artista completo, che riversa conoscenza e spessore in ogni progetto, in qualche modo traspirano la sua pace interiore, il suo interesse per le discipline orientali, l’organizzazione ordinata dei suoi pensieri, e ci sono sotto anche gli Aeon Spoke, specie nel cantato che oggi è molto più maturo e godibile.

La scultura splendente si incrina un po’ sul growl di Tymon Kruidenier, sgraziato, fuori contesto; andando a cercare il pelo nell’uovo anche le spettacolari partiture ritmiche di Reinert galoppano tutto d’un fiato fino alla fine lasciando pochi attimi di respiro. Manca una “Textures”, per intenderci.
La registrazione rende i suoni a volte confusi e troppo taglienti sui medi, toglie un po’ di calore che non avrebbe guastato anche in un lavoro concettualmente freddo.
In più, rispetto a “Focus”, ci sono dei ritornelli che si stampano in testa, in qualche modo c’è una dose di easy-listening che lo fa apprezzare dai primi ascolti, che fa canticchiare “Integral Birth” o “Adam’s Murmur”. Questo probabilmente è frutto dell’esperienza maturata con “Above The Buried Cry”.

È difficile riconoscere un disco storico alla sua nascita, “Focus” piacque molto all’uscita ma solo oggi viene riconosciuto come un pezzo unico. Difficile che succeda lo stesso per “Traced In Air”, ha il difetto di essere secondogenito e di nascere in un contesto musicale molto più ampio, già abitutato alle fusioni e agli ipertecnicismi.
Non ci importa molto a dire il vero e non sappiamo nemmeno se questa volta i Cynic siano qui per restare.
In ogni caso, bentornati.

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