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Da “Lourdes” al “Raggio Verde”, miracolo al cinema

Circa un mese fa – era l’11 gennaio – scompariva a Parigi il maestro della Nouvelle Vague Eric Rohmer, un artista capace di reinventarsi mantenendo al contempo una fedeltà rara al proprio modo d’essere. Capolavoro di mezza età, dopo gli esordi con quella che allora era sperimentazione, fu quel “Raggio Verde” che nel 1986 si aggiudicò il Leone d’Oro Mostra del Cinema di Venezia. Quest’anno (forse, non lo sapremo mai) a un soffio dalla vittoria, gli spettatori del Lido hanno trovato un film, “Lourdes” di Jessica Hausner, che molto ha a che vedere con il miracoloso intimista di Rohmer.

Primo punto in comune: la concezione del miracolo. Se nel “Raggio Verde” è proprio il fenomeno atmosferico che dà il titolo al film a rappresentare il miracolo, in “Lourdes” al centro della speranza ci sono le guarigioni inaspettate e prodigiose. Dietro tutto questo c’è però un miracolo ben più profondo, quello dell’amore e dell’incontro con gli altri. Delphine, la protagonista di Rohmer, è una donna che, terminata una lunga relazione amorosa, ormai idealizzata e cristallizzata nella sua mente, non riesce più ad aprirsi agli altri, né agli amici – per cui diventa una sorta di extraterrestre – né tanto meno agli uomini, da cui rifugge ad ogni minima attenzione che le viene rivolta. Christine, similmente, è paralizzata sulla sua sedia a rotelle, ma ancora prima ad essere immobilizzata è la sua mente. Egocentrica, vanitosa ed egoista, non riesce a vivere – con i sensi, con l’anima – ciò che la circonda. Un miracolo che, in entrambi i casi, potremmo semplicemente definire felicità.

Ma i punti in comune non si fermano qua. Se è vero che le tecniche di ripresa sono quasi agli antipodi – rapida e sporca in Rohmer, austera e lucidissima in Hausner – alcuni dettagli rivelano invece una sensibilità condivisa. Grande attenzione è infatti rivolta ai colori degli abiti. Nel “Raggio Verde”, Delphine è in continua lotta con il binomio rosso/verde. Quasi sempre vestita di rosso, forse in questo caso il colore di una passione desiderata ma anche malsana, incapace di esplodere, man mano che si avanza nel film approda a un più rilassante e speranzoso verde. E così in “Lourdes”, in cui però la dialettica è tra il rosso e il blu: rosso colore dell’amore e del desiderio, cui Christine non rinuncia quasi mai, e blu, tinta del miracolo, degli “occhi della Madonna”, della serenità.

E ad accomunare le due piccole ci sono inoltre due dei finali più intensi e geniali della storia del cinema. Senza svelare nulla, basti sapere che – pur con esiti opposti – sono in grado, in un solo gesto, in una sola inquadratura, di riassumere il destino intero di una persona. Insomma, scomparso un genio della pellicola come Rohmer, molti suoi affezionati scopriranno parte del suo spirito in questo “Lourdes”, nella speranza che la regista austriaca Jessica Hausner mantenga nel tempo queste formidabili promesse.

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