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Dal Canada con furore

A soli quattro mesi dalla prima calata italica della loro storia, tornano nel Belpaese i canadesi Protest The Hero, in occasione di un tour invernale che li vede accompagnati da due tra i più caldi nomi nuovi della scena metalcore/post metal, i The Chariot e i The Human Abstract. Sono due le date previste in Italia: Bologna, nello storico Estragon, il 20 marzo, preceduta da Roma, che vede le tre band avvicendarsi sul palco del piccolo Init.

Persi a causa di un’improvvisa (e violentissima) grandinata i capitolini Doomsday, lo scenario si presenta piuttosto caldo: il folto pubblico del locale – da lodare la price policy: tredici abbordabilissimi euro per un concerto lungo e di buon livello – si trova di fronte i losangeleni The Human Abstract.
Difficile seguire in pieno le complicatissime trame musicali del sestetto: il sound è confuso e sporco, l’acustica del locale in questo non aiuta granché, e la band non sembra d’altra parte così padrona dei propri mezzi. Ergo, pare a tratti di trovarsi a un concerto dei Carcass. Era “Reek Of Putrefaction”. Tradotto: una specie di tritarifiuti inceppato.

Non ce ne vogliano i pur valenti ragazzi della band – volenterosi e carichi, specie l’imberbe tastierista che martoria il suo strumento a schiaffoni (!) – ma non siamo al sicuro dello studio, nelle sapienti mani di un lucido sound engineer: tutto ciò che si riesce a comprendere, nella quarantina di minuti a loro dedicata, è un frenetico susseguirsi di riff e assoli, tra voce che va e viene, ritmiche convulse e una sgradevole sensazione di caos privo di fine. Bocciati.

Scesi i sudatissimi e stravolti THA, tocca alla nuova creatura dell’ex-Norma Jean Josh Scogin, i The Chariot, salire sullo stage. E la musica, già, cambia notevolmente. Si passa dal metalcore a un math/noise di forte impatto, pregno di influenze che vanno dagli ovvi The Dillinger Escape Plan ai Botch, passando per citazioni grind (a tratti pare di sentire gli ultimi Cryptopsy), sludge e post hardcore.

La band sembra uscita da un film di Tarantino, specie esteticamente, e il buon frontman Josh, fino a pochi secondi prima placidamente seduto a un tavolo del locale di fronte al suo pc portatile, tira fuori una furia licantropica onestamente inattesa, viste le fattezze. Il gruppo ci sa fare, eccome – simpatica l’idea di far scambiare, a un certo punto, i ruoli a bassista e cantante – ma paga sul piano scenico un’eccessiva aderenza allo stile dei citati Dillinger, con i cinque musicisti che, in moto browniano, martoriano i propri strumenti senza soluzione di continuità. E certe dilatazioni noise risultano un po’ eccessive e ridondanti dal vivo, con l’attenzione che sulla lunga distanza (poco meno di un’ora, la loro esibizione) si disperde e la tensione del concerto che pian piano scema indiscutibilmente.

Il pubblico, comunque, riacquista subito il proprio ardore quando sul palco cominciano a sciamare i musicisti degli headliner Protest The Hero, band di grande originalità, sospesa com’è tra metalcore, math, progressive, post-punk e mille altre cose. A dire il vero, difficile aspettarsi una simile accoglienza: la band non gode ancora di indiscussa notorietà in Italia; lo splendido ultimo album, “Fortress”, ha goduto di una distribuzione quantomeno frammentaria. Ma il pubblico, stasera, è qui per loro.

Tempo di risolvere qualche pernicioso problema con cablaggi e affini, e il barbutissimo singer Rody Walker sale sul palco e dà il via alle danze, alzando una lattina di birra in segno di saluto e dando l’innesco ai suoi compagni, che attaccano con l’arrembante “Limb From Limb”, sesta traccia del citato “Fortress”. Il gruppo ci mette un paio di minuti a carburare, perché il sound pecca ancora di pulizia – voci troppo basse, chitarre un po’ impastate – ma quando tutto si assesta, i cinque canadesi dimostrano davvero di avere classe da vendere.
[PAGEBREAK] Poco da dire: i Protest The Hero sanno suonare, tengono il palco a meraviglia, sono piacevoli e piuttosto comunicativi. E hanno dalla loro una manciata di brani di pregio assoluto. Dimenticato per strada il proprio passato remoto – delle release d’esordio non c’è traccia nella loro performance – i PTH propongono tre estratti dal buon “Kezia” (tra cui i due singoli, compresa la veloce “Blindfolds Aside”) e praticamente l’intero capolavoro “Fortress”, con la sola eccezione della sghemba “Spoils”. Il pubblico non si tira indietro quando i ritmi si fanno più violenti, scatenando il pogo nel pit, mentre la band non lesina impegno e sciorina tutto il proprio repertorio di alta classe tecnica: assolutamente impressionante la pulizia dei due chitarristi, specie Luke Hoskin che alterna con fluidità sbalorditiva riff grintosissimi e un tapping di chiarezza cristallina, trascinante il lavoro ritmico del duo Mirabdolbaghi/Carlson, rispettivamente basso e batteria, sorprendente la coesione e la precisione chirurgica con cui il gruppo intero fronteggia le proprie partiture sincopate e progressive. Mai uno stacco fuori posto, mai una sbavatura, il tutto quasi in scioltezza. E lascia di stucco la capacità di Walker di saltare con naturalezza incredibile tra growl, scream, falsetti e voce piena, senza prendere una (una!) stecca, e permettendosi anche di cantare praticamente tutte le linee vocali presenti nell’album, che per inciso si incrociano a più riprese – ergo: sorge spontaneo chiedersi quando il singer carichi i proprio polmoni.

Una simile abilità, vien da pensare, potrebbe andare a scapito di istinto e calore (chi ha detto Dream Theater?): nulla di più sbagliato. La musica scorre piacevole, vigorosa, elettrizzante, man mano che si susseguono le varie “The Dissentience”, “Sequoia Throne” (splendida), “Wretch” (chiamata a gran voce dal pubblico) e l’immancabile, conclusiva “Bloodmeat”, primo singolo dell’album, un brano destinato davvero a lasciare il segno – e che vede forse l’unica impercettibile sbavatura del concerto, un leggerissimo rallentamento dovuto forse alla stanchezza del combo – il cui chorus è cantato a squarciagola da gran parte degli astanti, che sostengono il gruppo con tutta la loro forza.

Insomma, Protest The Hero promossi a pieni voti, sulla scorta di un’esibizione che conferma totalmente l’impressione già ricevuta su disco: ovvero quella di trovarsi di fronte a una band che sa fondere alla perfezione ottime intuizioni, melodie vincenti e accattivanti (portate peraltro dal vivo senza l’ausilio di tastiere e/o synth), grande personalità, talento non comune e una cifra tecnica che è privilegio solo di pochi eletti. Esibizione da applausi, band da seguire assolutamente.

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