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Dal vivo in Italia

Il talentuoso ventinovenne di New York ha raggiunto la notorietà nel nostro paese grazie alla collaborazione artistica con Simona Molinari, che l’ha portato fin sul palco di Sanremo. In realtà, però, Peter ha sempre avuto un pubblico molto affezionato in Italia, garantendoci almeno un live all’anno fin dal 2005.

È dunque cresciuto anche con noi, spesso presentando brani inediti proprio nei nostri teatri e chi scrive l’ha seguito in parte di questo cammino, testimone della sua evoluzione artistica. Una cosa però è sempre stata innegabile: l’energia di una sua performance live è indimenticabile. Che sia in uno studio radio o tv (youtube, o più recentemente le puntate di Radio2Supermax possono illuminarvi), un gazebo nel mezzo di un parco vicino al mare o un teatro di fama internazionale, immancabilmente questo giovane, e i notevoli musicisti di cui si è avvalso, realizzano uno show che lascia il segno, e in questo soleggiato aprile non si sono smentiti.

Stavolta, come era stato annunciato proprio a Radio2 la settimana scorsa, sul palco ci sono solamente Peter al pianoforte e tastiera e George Orlando alle chitarre: una decisione che porta a versioni unplugged, riarrangiate per sopperire alla mancanza -soprattutto- di percussioni. Una decisione rischiosa, al cui riguardo lo stesso Cincotti aveva commentato: “Se sbaglio, non ci sarà la band a coprirmi, sarò molto vulnerabile”. Peter dunque supplisce all’assenza di batteria colpendo con vigore i tasti e battendo ritmicamente i piedi a terra, come se non riuscisse a fermarsi, e George Orlando accompagna magistralmente con la chitarra (acustica o elettrica), duettando in contrappunto o assieme al piano e anche cantando in seconda voce. L’esito è inaspettato, considerando la stratificazione musicale delle tracce registrate, ma straordinario, ne viene fuori un concerto molto intenso, in cui quella vulnerabilità, quella “nudità” artistica del performer amplificano l’impatto sullo spettatore.

Sappiamo tutti che i live di razza non sono mai uguali a se stessi, in maniera particolare laddove il performer abbia un’anima jazz, il che comporta una naturale tendenza all’improvvisazione; oltretutto in questo caso, nei due concerti cui ho assistito (Napoli -Teatro Trianon- e Roma -Auditorium Parco della Musica-), Peter ha cambiato la scaletta sia rispetto alle canzoni tratte dal suo ultimo album,”Metropolis” (2012), che con riguardo al precedente, “East Of Angel Town” (2007).
Questo perché è un artista in continua evoluzione, che anche quando per quattro anni di seguito tornava ad esibirsi sulle tracce dello stesso album, comunque riusciva a forgiare uno show sempre nuovo. Addirittura, già fin da sabato scorso a Napoli, prima data del tour europeo per “Metropolis”, ci ha regalato due inediti, che vanno prendendo forma sempre più ad ogni esibizione: “Heart Of The City”, la sua canzone su NY (città che è talmente radicata nel suo DNA da influenzare ogni sua espressione artistica), in cui l’amore per la Grande Mela si palesa in maniera fortissima quando ripete “life is sweet”; e “Half Of You”, una ballad sulla fine di una storia d’amore, che canta con voce straziata.
Di notevole impatto è poi la canzone che dà il titolo all’album, “Metropolis”, nata da una rappresentazione di un distorto skyline urbano in bianco e nero, e diventata un compendio di pop, rock, jazz e charleston. Ancora, la bellissima “Madeline”, una delle tracce più sentimentali del cd, la cui esibizione è un crescendo emozionante per Peter prima ancora che per gli spettatori; e la favorita del pubblico, “Goodbye Philadelphia”: è uso del cantautore eseguirla partendo da lontano, con un intro ogni volta assolutamente diverso… per cui quando vi troverete (perché sì, ciascuno dovrebbe vedere almeno un Cincotti show nella vita… e poi un altro, e un altro ancora) ad ascoltare un bellissimo assolo di pianoforte, che inizia in sordina nel silenzio religioso, quando i riflettori illuminano solo le dita che sfiorano leggerissime i tasti cancellando ogni altra cosa nel buio e vi chiederete “ma qual è questa?” e poi lui piano piano introdurrà qualche nota che richiama la melodia conosciuta, ma ancora non si può essere certi, fino al momento in cui dopo un’impercettibile pausa inizia con impeto a diffondere le prime note del suo successo, vi ritroverete coinvolti in quell’applauso collettivo, molto probabilmente appassionato.

In realtà le canzoni che spiccano sono… tutte, ma mi limiterò a richiamarne ancora solo due (attenzione, spoilers!): nell’encore ci sono due cover (cosa insolita nei suoi concerti), ovvero “Crocodile Rock” e “My Baby Grand” che lui ammette di voler suonare in maniera tale da ricomprendervi un tributo a tutti i pianisti che maggiormente lo ispirano, da diverse decadi del secolo scorso (ci riconoscerete probabilmente gli anni 20, 60, 80, 90, Ray Charles, Billy Joel, Connick Jr e Jerry Lee Lewis …). È qualcosa di molto bello, e anche il pubblico più freddo (Roma, in questo caso) si ritrova a canticchiare i la la la in falsetto.
[PAGEBREAK] Insomma, in queste due serate lo stesso ragazzo dall’aria dinoccolata ed elegante che fino a due anni fa si limitava a giungere sul palco e immergersi nella musica, solo occasionalmente interagendo direttamente col pubblico, si è presentato con un atteggiamento più trascinante, perché ormai è di casa (a Max Giusti diceva “Mi chiedo perché torno a New York, ogni volta”). A Napoli ha esordito raccontando delle origini partenopee della sua famiglia, accennando a qualche nota di “Malafemmena”, e nel mezzo del concerto ha dichiarato di essere stato distratto tutto il tempo da un vassoio di sfogliatelle di cui gli era stato fatto omaggio prima dello show (“Mi avevano detto che a Napoli si mangia bene… è tutto il giorno che non faccio altro.. e queste sfogliatelle! A New York non mi accolgono così! C’è voluto tutto il mio controllo per non mangiarmele tutte, e ho dovuto praticamente incatenare George alla sedia per impedirgli di farlo!”) e sarà difficile dimenticarsi il divertito stupore con cui ce le ha mostrate; a Roma ha intrattenuto il pubblico (certamente più ingessato) con espressioni romanesche che nella sua pronuncia risultavano ancora più spassose.

Avrete certamente capito, e lo ammetto senza riserve, che sono stata soggiogata da tempo dal fascino di questo personaggio, inteso nel senso più ampio: la persona, il talento suo e dei musicisti… in ultima analisi, la sua musica. Perché e quello il sacro fuoco che lo fa bruciare di energia, e che può incendiare il pubblico.

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