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Dal wrestler di Rourke al salumiere di Depardieu

Serge, dopo tanti anni di lavoro, può finalmente andare in pensione. Qualcosa però lo ostacola: nella documentazione necessaria mancano alcune buste paga. È costretto così a salire a bordo della sua moto Mammuth, dalla quale ha preso il soprannome, e ripercorrere a ritroso tutte le tappe lavorative della sua vita, per riuscire a ricostruire il puzzle e correre verso la libertà.

Un film molto intenso e coinvolgente, senza essere patetico o drammatico, né tantomeno retorico o ruffiano, questa seconda fatica del duo che nel 2008 ha sfornato quel film sorprendente che è stato “Louis-Michel”. Per certi versi anche “Mammuth” sa essere sorprendente, perché riesce a trasmettere tutto il senso di solitudine, incomprensione, sconfitta e malinconia di un personaggio molto particolare, raccontandolo tramite una sorta di road-movie “commemorativo” e saltando l’ostacolo della banalità e della prevedibilità.

Così come avveniva nel grandissimo “The Wrestler” di Darren Aronofsky, il protagonista di “Mammuth” si ritrova a non avere più una dimensione al di fuori del proprio lavoro e anche le scelte registiche avvicinano, sotto alcuni aspetti, i due film, specialmente per le riprese che catturano le spalle del protagonista e le sue camminate solitarie alla ricerca di un equilibrio impossibile da trovare dopo anni di intensa attività.

Mammuth, così lo chiamano tutti per via della sua moto, è un uomo che non sa correlarsi col mondo esterno, un uomo che ha sempre e solo lavorato e che quindi non riesce bene a muoversi nella scacchiera del “mondo”. È così che lo vediamo impacciato quando al supermercato si ritrova un uomo svenuto davanti ai piedi, o incapace di riconoscere una prostituta e una ladra che sta palesemente tentando di fregarlo.

Durante il viaggio a bordo della moto che l’ha sempre accompagnato negli anni, Mammuth ci porta a conoscere una realtà sociale e lavorativa non proprio rosea, tendente ad una sorta di analisi scevra da qualsiasi polemica, di un paese ormai in preda al lavoro in nero, alle aziende che falliscono, ai soprusi lavorativi e non. Nel mezzo qualche episodio che sfiora il surreale, come il rapporto con la stramba nipote ritrovata dopo vent’anni, l’incontro al limite del grottesco con il cugino, la disavventura della moglie rimasta a casa ad aspettarlo che tenta di punire una persona di cui non conosce nome e collocazione.

Il viaggio di Mammuth, contrassegnato anche da ripetute visioni di una donna che cerca di spronarlo a trovare il suo posto nel mondo e soprattutto a far sentire la propria presenza come valida e indispensabile, è anche un viaggio nel percorso umano di quest’uomo che senza lavoro non è niente, ma che tappa dopo tappa, delusione dopo delusione, ricordo dopo ricordo, riesce a conciliarsi col suo presente, piuttosto che rincorrere (inutilmente, come vedremo) il suo passato. Particolarmente efficace dal punto di vista emotivo e comunicativo, infatti, risulta il finale nel quale l’uomo, di ritorno dal suo percorso a ritroso nella sua vita lavorativa e non, giunge al punto di ritorno (sua moglie e la sua casa) con una serenità e una consapevolezza che prima non aveva mai raggiunto.

Tutto questo è “Mammuth”, un film che esprime un grande senso di libertà, trasmesso soprattutto dalle lunghe corse in moto di Gerard Depardieu, e anche la sensazione che forse la consistenza di un uomo, il suo valore e la sua dimensione sono date non tanto da ciò che fa o che ha fatto, ma in primis da ciò che è e che è stato.

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