Home > Interviste > Dalla parte dei disonesti

Dalla parte dei disonesti

Unico titolo italiano in concorso al Festival di Cannes, “La Nostra Vita” di Daniele Luchetti arriva nei cinema italiani venerdì 21 maggio. Abbiamo incontrato il regista a Roma in occasione della conferenza stampa per il lancio del film.

Uno degli aspetti più interessanti del film è la riflessione sull’integrazione, un tema centrale nell’ultimo cinema italiano.
Ho cercato di avere sui personaggi stranieri lo stesso sguardo che ho sui nostri personaggi, evitando di raccontare il proletariato in funzione di una tesi politica o forzando le situazioni in forma di commedia. Questi personaggi, italiani o stranieri, sono prima di tutto esseri umani, parti di un racconto in cui il narratore è al loro stesso livello e li racconta senza fare sconti e senza celebrarli.

Il film è una celebrazione della paternità?
La paternità e l’elemento maschile sono centrali. Il film è la storia di un padre con tre figli maschi che si trova a dover affrontare il lutto della moglie. Nel momento in cui la donna non c’è più viene a mancare l’elemento di mediazione per quanto riguarda la sfera dei sentimenti e il rapporto con i figli. Claudio, il protagonista, tratta i figli come pacchi postali, non riesce ad instaurare un vero dialogo e finisce col preoccuparsi solo del loro benessere materiale.

Quando muore Elena, il personaggio interpretato da Isabella Ragonese, è come se l’orizzonte morale sparisse dalla vita di Claudio.
Non ho voluto sottolineare questo aspetto ma è una delle idee portanti del film. Elena argina Claudio, dà indicazioni morali, si commuove per il lavoratore trovato morto nel cantiere, è l’unica in grado di gestire i sentimenti. Quando lei muore il protagonista non sa più cosa fare, esce dal codice etico e va allo sbando.

Il personaggio del ragazzo rumeno dà voce alla mancanza di parole e all’incapacità di esprimersi. Il film vuole sottolineare che i soldi, diventati vero ed unico linguaggio universale, hanno determinato un impoverimento del linguaggio dei sentimenti?
Andrei dice al protagonista che non sa che cosa sente: se lo sapesse non riuscirebbe a spiegarlo e se trovasse le parole Claudio non potrebbe capirlo. Il flusso segreto del film risiede proprio qui, nel fatto che questi personaggi non parlano di niente, se non di quello che possono comprare. Alla domanda – come stai? – non sanno rispondere. Sono incapaci di guardarsi dentro, intrappolati nell’avere. Dopo la morte della moglie Claudio porta i figli al centro commerciale e compra tutto quello che desiderano. Non saprebbe come esprimersi diversamente. Credo che non siamo preparati ad affrontare i sentimenti estremi in generale. Non riuscendo a gestire e a vivere questi sentimenti, di conseguenza non siamo in grado di esprimerli.

In un paio di scene i personaggi stranieri accusano gli italiani di pensare solo ai soldi.
Non è un caso che siano gli stranieri a mettere i personaggi italiani di fronte a questa verità. La nostra qualità della vita è superiore dal punto di vista del benessere ma a livello affettivo si è notevolmente abbassata. L’ideologia del denaro è diventata la misura di tutto.

Il film intreccia il tema del lutto e il tema del lavoro.
I due temi hanno sempre viaggiato di pari passo. Una delle idee iniziali del film era proprio quella di avere un personaggio perfettamente inserito in un meccanismo lavorativo. Mi sono documentato sul campo, ho passato molto tempo nei cantieri ed ho raccolto materiale di prima mano. Tutto quello che veniva dalla realtà e poteva essere utile è finito nel film.

Quando Claudio decide di mettersi in proprio si rivolge direttamente a qualcuno che lavora in modo scorretto. Perché sceglie subito di muoversi nell’illegalità?
Scegliere la scorciatoia è la consuetudine. Ho semplicemente messo in scena un comportamento comune senza criticarlo e senza sottolinearne la scorrettezza. Il protagonista fa questa scelta con naturalezza perché questa è la prassi di un paese intero.

Il film si chiude con l’immagine della famiglia e l’abbraccio tra padre e figli sul letto. È un’indicazione precisa?
L’immagine finale era uno dei punti di partenza del film. Non c’è alcuna intenzione morale di fondo, se non l’idea di ripartire dalle cose e dalle persone che abbiamo vicino.

[PAGEBREAK]

In che modo si è rapportato alle figure dei bambini?
Ho evitato il cliché secondo cui ad un certo punto i bambini esprimono quello che gli adulti non riescono a dire ed ho cercato di accostarmi ai sentimenti con pudore e rispetto. Nella scena del funerale, ad esempio, ho preferito non mostrare affatto il dolore dei bambini. Mi sembrava più rispettoso mantenermi a distanza, piuttosto che rischiare di calcare la mano e banalizzare un materiale così delicato.

Quanti ciak sono stati fatti per la scena del funerale?
Due o tre ciak. Il culmine è stato raggiunto nella seconda ripresa. Non era previsto che la scena avesse tanta forza. Avevo girato una serie di inquadrature su tutti gli altri personaggi ma la ripresa fissa sul volto di Elio Germano era così potente che ho deciso di tenerla dall’inizio alla fine. Credo che questa scena regga emotivamente gran parte del film.

Come è nata l’idea della canzone di Vasco Rossi “Anima Fragile”?
Una volta ho assistito al funerale di una ragazza tossicodipendente che aveva richiesto che venisse suonata “Like A Virgin” di Madonna. Un momento davvero toccante. L’idea della canzone al funerale è nata in quella circostanza. La scelta era tra tanti brani popolari con un forte impatto emotivo ma “Anima Fragile” li batteva tutti.

Perché ha scelto Elio Germano?
Ho pensato ad Elio sin dalla stesura del soggetto. Ho lavorato molto bene con lui in “Mio Fratello È Figlio Unico” ed avevo l’impressione che poteva spingersi ancora più in là dal punto di vista emotivo. Sapevo che potevo avventurarmi in direzioni dolorose senza cadere nel ricattatorio e nei cliché perché Elio mette sempre in scena un dolore autentico. E poi è dotato di una ferocia comica sorprendente. Una volta che ha afferrato il personaggio, è talmente dentro la parte che può improvvisare e cambiare le battute, ma la scena funziona lo stesso.

Cosa ci dice degli altri attori?
Ho lavorato in contrasto con la loro immagine consolidata. I personaggi di Raul Bova e Luca Zingaretti sono esattamente l’opposto di quello che fanno normalmente. Credo che in un bel cast alcuni attori possano essere apparentemente fuori parte. Nella vita non sempre chi fa lo spacciatore è antipatico e chi è sfortunato in amore è poco attraente.

Bova è una rivelazione nel ruolo sottotono di Piero, il fratello di Claudio.
Mi piaceva l’idea di usare Raul in un personaggio apparentemente così distante da lui ma che in realtà ha molte affinità con la sua vera persona. Si è molto preparato per la parte, ma mentre giravamo gli ho chiesto di dimenticare quello che aveva prefissato perché volevo che vivesse il momento e fosse il più autentico possibile.

Come ha scelto il ragazzo rumeno per il ruolo di Andrei?
Marius Ignat non è un attore. Abbiamo fatto casting per le strade, nelle scuole e nei posti dove si radunano i ragazzi stranieri e lui ci ha subito colpiti con la sua intelligenza. Andrei è un ruolo fondamentale, svolge quasi la funzione di analista. In teoria dovrebbe essere ignorante e sprovveduto, ma in realtà è l’unico che mette il protagonista di fronte all’impossibilità di superare il dolore.

[PAGEBREAK]

Come avete lavorato sul montaggio per ottenere un ritmo così naturale e realistico?
Mirco Garrone è il più grande montatore che abbiamo in Italia. Si è trovato a ricostruire il film partendo da scene per le quali non c’era un solo ciak uguale: ogni ciak era diverso per inquadratura, punto di vista e persino dialoghi. Da subito ha intuito di trovarsi di fronte ad un film che non ammette tradimenti e che in ogni momento deve dare l’impressione della vita reale. Nel copione c’erano molte più scene comiche ma abbiamo mantenuto solo ciò che sembrava sgorgare naturalmente dai personaggi e dalle situazioni, evitando ogni forzatura.

È un film senza inquadrature notturne, ma l’ambientazione di giorno è livida, mai pienamente soleggiata. È una scelta?
Sinceramente non ci avevo pensato. Quando sono andato in perlustrazione in cerca delle location sono stato investito dalla luce dei quartieri della periferia romana ed ho voluto conservare quelle sensazioni. Abbiamo sempre cercato di lavorare con la luce naturale per dare l’impressione che fosse sempre il sole a toccare i personaggi. Di certo è un film che vive di contrasti: pur essendo la storia dell’elaborazione di un lutto, volevo un’atmosfera che non fosse cupa e spenta ma vitale e piena di energia.

Anche se i personaggi non riescono ad esprimersi, nel film si parla moltissimo di sentimenti. Il fatto che Claudio finisca col chiedere aiuto ai fratelli conferma l’idea della centralità della famiglia nel cinema italiano.
Senza dubbio il protagonista non sa esplorare i sentimenti estremi ma ha una rete affettiva molto solida rappresentata da una famiglia di amici e parenti che lo sostiene e gli vuole bene. Credo che la famiglia sia il tema che ci racconti meglio da sempre, è il centro della cultura e della nostra società. Nella famiglia che ho immaginato per il mio film circola grande affettività. Anche il fatto che Claudio a trent’anni abbia tre figli è un elemento favolistico, nessuno oggi potrebbe permetterselo. Il film è realistico ma accoglie anche elementi di una realtà ideale. La realtà così come mi piacerebbe che fosse.

Cosa pensa della polemica del ministro Bondi su “Draquila”?
Ogni volta che un film racconta le magagne di casa nostra in modo libero per i politici si tratta sempre di “mettere i panni sporchi in piazza”. In realtà questi film danno un bello spettacolo: lo spettacolo di un’arte libera che non ha paura del potere. Sono fiero dei colleghi che hanno il coraggio di raccontare l’Italia in questo modo.

Come affronta il concorso al Festival di Cannes?
Cannes è l’ombelico del paese che ama di più il cinema al mondo. Andiamo ai festival con i nostri 60 film all’anno a combattere contro cinematografie che ne producono 250. Essenzialmente andiamo a festeggiare le politiche culturali degli altri paesi. A Cannes c’è un’enorme attenzione per ogni singolo film. Essere l’unico italiano in gara è un onore, ma avrei preferito che fossimo di più.

Scroll To Top