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Dalle pagine al grande schermo

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Non è la prima volta che un romanzo di Dennis Lehane viene tradotto per il grande schermo: prima di Martin Scorsese, già Clint Eastwood e Ben Affleck hanno affrontato con successo le pagine dello scrittore americano.

“Shutter Island”, pubblicato nel 2003, solletica l’interesse di Scorsese che lo legge in una notte; il romanzo funziona in effetti piuttosto bene come thriller, benché quasi esclusivamente grazie al “colpo di scena” conclusivo, ma è retto da una scrittura che nella sua programmatica, impersonale freddezza finisce per risultare piatta, una prosa usa e getta, buona soltanto fino allo scioglimento, più o meno completo, del mistero.

La sceneggiatrice Laeta Kalogridis lavora sull’adattamento con scrupolo, rispettando gli snodi narrativi essenziali, semplificando qualche enigma, smussando i dettagli meno importanti, avendo però cura di mettere in evidenza quei nuclei drammatici che costruiscono l’impalcatura totalmente ambigua del racconto e spalancano quindi le porte alle infinite possibilità del linguaggio cinematografico.

Come dare forma filmica al groviglio di allucinazione, realtà e finzione ordito da Lehane?
Scorsese compie, innanzitutto, quella semplice scelta che dovrebbe sempre essere ovvio requisito di ogni film giocato, come “Shutter Island”, su impercettibili pensieri nascosti e oscure percezioni interiori: sceglie attori capaci – Leonardo DiCaprio, Ben Kingsley, Mark Ruffalo – per poi affrontare lo script con quello sguardo infuocato e al contempo estremamente lucido che da sempre contraddistingue il suo cinema.

E tale slancio passionale ha non solo il merito di scaldare i faticosi e un po’ antipatici intrecci enigmistici di Lehane ma anche di fluidificarne la struttura, di rendere meno leggibili gli steccati tra quel che è vero e quel che non lo è, più confusi i sogni, i risvegli, le creature della mente, il tempo e lo spazio; piccole concessioni al convenzionale si intravedono solo nella rappresentazioni orrorifiche degli incubi popolati dai fantasmi del passato del protagonista.

Tanto il lettore di Lehane quanto lo spettatore di Scorsese cercano una bussola, una traccia da seguire per giungere ad un’interpretazione di quanto letto o visto: Lehane la nasconde in un prologo enigmatico che, riletto, suscita ulteriori interrogativi sull’identità e i rapporti tra i personaggi; Scorsese sposta la questione su un piano morale, intriso di senso di colpa e necessità di espiazione, mettendo in bocca al personaggio di DiCaprio una domanda assente nel romanzo: “Cos’è peggio? Vivere da mostro o morire da uomo perbene?”

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