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Damien Rice cover band

La sera del 18 Luglio a piazza Castello, Ferrara, ci sono tutti (con ritardo di un’ora abbondante) tranne Damien Rice. Le sedie che colorano di rosso la piazza sono completamente occupate, con il magico profilo del castello Estense da sfondo alle emozioni di un pubblico anche troppo variegato, l’atmosfera è perfetta ma la mente di Rice vaga non del tutto presente, imprigionata nel ruolo di frontman che forse non si addice all’intimo cantautore. La sfilata di pezzi è impressionante, perché impressionanti sono le opere di RIce, ed ogni pezzo viene personalizzato nell’intento di arricchire la proposta live: la recente hit “Rootless Tree” è reinterpretata in chiave semiacustica, “Volcano” è a stento riconoscibile dalla partenza reggae. Si continua con “Delicate” e “I Remember”, fedeli al disco, passando per “Eskimo”, “Coconut Skins” con fuga tribale dei due batteristi e Rice che ritma il pezzo sulla cassa della chitarra, “Elephant”, “Woman Like a Man” e “Accidental Babies” con Damien al piano. Vyvienne Long, al violoncello, per fargli prendere fiato inscena una timida (o così vuol far sembrare) performance in lingua italiana di “Vide ‘o mare quant’è bello”, suscitando il plauso di parte del pubblico “Vyvienne you’re fucking great!” e la rassegnata sopportazione di altrettanti. Gli ultimi due pezzi prima dell’encore sono “The Professor & la Fille Danse”, una sontuosa B-side che piace più di tutti i pezzi di “9″ messi insieme (quantomeno è più originale) e “The Blower’s Daughter”, un classico, come ogni pezzo di “O”. Dopo le consuete manfrine del pubblico, poco convinto, non perché non gradisca ma perché ormai sono tutti stanchi di questo cliché, Rice torna in scena ancora più svogliato, le luci scendono e concede al pubblico una versione piano-voce di “9 Crimes”, meno incisiva del disco e nonostante le buone intenzioni meno emozionante. Poi “Cannonball”, quindi un nuovo pezzo arpeggiato davvero gradevole e “Sleep Don’t Weep” per chiudere con un registro basso. Colpe e meriti: tra le prime, una davvero grande dei fonici, per aver tenuto tutto il tempo le casse a volumi criminosi, attentando nei pezzi più movimentati alla salute auricolare almeno delle prime venti file e saturando troppo (rovinandoli) i suoni delle chitarre. Tornando a Rice, unico valutabile in una band di onesti professionisti, ha colpito il suo distacco, che ha reso tutti i pezzi meno caldi di quanto ascoltato nei dischi, così come i riarrangiamenti hanno spogliato i pezzi del plusvalore armonico, raffreddandoli e “schematizzandoli” troppo. A parte la perizia tecnica, sembrava di trovarsi di fronte una cover band che suona a memoria con poco trasporto. Meriti: quello di essere un artista vocalmente dotato, di buone idee e buon gusto, con grande facilità di songwriting, ma questo lo sapevamo anche prima di venire a Ferrara.

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