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Alla deriva

Concedete loro trenta secondi di ascolto: è la Manchester dei New Order e dei Fall filtrata attraverso la nuova ondata post-punk – quella, diciamo, di Editors e Futureheads. Invece i Dance For Burgess sono di Lucca, e il loro disco d’esordio è stato registrato sulle Dolomiti in sette giorni. Le Dolomiti non somigliano a Manchester, se non altro perché le Dolomiti diventano rosa, mentre Manchester al massimo diventa arancione e color smog.

Il Burgess del nome è probabilmente un riferimento a Tim Burgess dei Charlatans, ma non stonerebbe neanche quell’altro Burgess, Anthony: atmosfere post-post-industriali, bassi scivolosi e cupi, rumori esterni, new wave a perdita d’occhio, delay – sembrerebbe l’album meno registrato in una baita della storia, e invece.

Assolutamente derivativo e non esattamente originale, OK, però l’album è ipnotico in maniera curiosa. Lo si ascolta con gli occhi fissi in un punto a caso del muro. Poi il disco termina sul suo pezzo più riuscito, “Plrg”, l’incredibile richiamo shoegaze ai Blur della primissima ora e ai Ride. E lo si rimette su per una serie infinita di volte. Ma questo non è un giudizio sull’album, è la Sindrome di Stoccolma.

Pro

Contro

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