Home > Interviste > Daniel Martin Moore: Tu, io e gli Appalachi

Daniel Martin Moore: Tu, io e gli Appalachi

Daniel Martin Moore è uno che come lavoro fa il folk delle sue parti, è anche uno dei rari cantautori acustici che riescono a mantenere una voce autonoma nella schiera di quelli che suonano il folk delle loro parti. Eppure, non si capisce come: lui fa esattamente ciò che fanno i suoi colleghi con una chitarra e tutti quei pensieri nella testa ma, a differenza loro, i suoi album hanno un impatto stravolgente e, ascoltandoli, si piange fino a rendersi ridicoli.

Mi presento dicendo che porrò domande stupide e inefficaci perché i suoi tre album mi piacciono fin troppo, lui è clemente e la premessa sembra giustificarmi almeno per un po’.

Ogni volta che cerco di spiegare il folk dei Monti Appalachi a un italiano, finisco sempre per non centrare il punto, perché la tradizione è talmente radicata che sembra quasi inspiegabile per chiunque non viva lì, figuriamoci per chi vive all’estero. Per questo vorrei che mi raccontassi del tuo rapporto con il luogo, con il senso di appartenenza, con il significato della tradizione.
Ottima domanda. Capisco bene che ciò che concerne gli Appalachi può essere difficile da definire, ancora più impegnativo da comprendere! Tantissime tradizioni, in questa parte degli Stati Uniti, nascono dalla mescolanza di diverse tradizioni culturali: soprattutto quella scozzese-irlandese, quella est europea e quella africana (le etnie primarie degli immigrati che furono introdotti per estrarre il carbone dal fondo dei monti). Ciò che rende la cultura degli Appalachi diversa è che la maggior parte delle persone sui monti erano isolate dal mondo esterno, e per questo hanno sviluppato il proprio modo di fare le cose, e hanno trattenuto i loro modi di parlare, i dialetti che in tutto il resto del Paese cambiavano e si evolvevano.

Credo che il mio rapporto con il Kentucky equivalga al rapporto che ognuno stabilisce con la propria casa. Non ne ho le prove, ma sembra davvero che chi proviene da questa parte del mondo sia più propenso a non spezzare la relazione. Io non riesco a immaginarmi di lasciare questo posto, e tutti i miei amici che se ne sono andati ne sentono la mancanza, con enorme affetto, come se il luogo fosse un loro famigliare. Di certo ha una presa molto robusta su di noi. Credo che questo sia dovuto, in parte, al fatto che il Kentucky è un territorio vario e bellissimo. Per non parlare della cucina e dell’ottima musica!

“Stray Age” era più intimista e concreto (non nel senso di “banale”, chiaramente) mentre “In The Cool Of The Day” sembra molto più legato alla spiritualità. E immagino questo sia dovuto alla presenza di brani tradizionali, ma ne hai subìto l’influenza anche nelle tue composizioni?
Sì, credo di sì. Una volta che questo progetto ha preso forma nella mia testa, ha preso potere su tutto ciò a cui pensavo e su tutto ciò che scrivevo.

Eppure, quando Jim James ha parlato dell’album ha menzionato “dio”, non una singola figura di “Dio”. Non voglio che sembri una domanda troppo personale, ma qual è la tua idea di fede, in rapporto alle canzoni che hai scelto e che hai scritto per l’album?
Le canzoni che ho scelto per l’album mi accompagnano da sempre. Le ho scelte perché le adoro, e sapevo che erano brani che la mia famiglia avrebbe voluto sentire. Molte sono canzoni che mi hanno insegnato a cantare, ad amare il canto. Per quanto riguarda i pezzi che ho scritto io, se può andar bene, vorrei che fossero i testi di “All Ye Tenderhearted”, “O My Soul” e “Set Things Aright” a parlare per sé. Spero che facciano un po’ di chiarezza.

Cosa ti ha spinto a fare uscire questo tipo di album proprio adesso?
Be’, è da un po’ che avevo queste canzoni che mi ronzavano intorno, e volevo registrarle come regalo alla mia famiglia. E a un certo punto ci è venuto in mente che avremmo potuto farne un vero e proprio disco e Stuart Meyer, che mi segue alla Sub Pop, ha appoggiato l’idea. Perciò ne abbiamo fatto un album. Non posso dire che ci fosse una qualche forma di logica, a parte questa!
[PAGEBREAK] Come cambia il tuo approccio a brani che non scrivi tu? A che punto del processo senti che la canzone, in qualche misura, è tua, al di là del fatto che ti ha accompagnato per tutta la vita?
Penso, appunto, che il fatto che le canzoni siano state con me così a lungo contribuisca a farmele sentire direttamente mie. Tutti sentiamo che le canzoni che amiamo ci appartengono. E in effetti ci appartengono. E, se tutto va bene, possiamo anche contribuire a esse, anche se si tratta solo di condividerle con altre persone. È questa la tradizione folk. Se smettiamo di cantare queste canzoni, se smettiamo di condividerle, spariranno.

Tutto questo mi fa pensare a una cosa. L’immagine mainstream che ci arriva, soprattutto all’estero, quella dell’«hillbilly dal cuore d’oro», non è esauriente e a mio parere è un po’ fuorviante. Penso soprattutto ai film (e “Justified”, la serie TV, è appena arrivata in Italia, dove non è che circoli tanto Kentucky). Quali sono i prodotti artistici che pensi diano un’idea davvero precisa della vostra tradizione? Per quanto riguarda la musica folk in generale, una della mie citazioni preferite (di cui abuso quando si sparla della “musica folk”) è quella di Louis Armstrong che dice «All music is folk music. I ain’t never heard a horse sing a song». Credi che ci sia una “buona” tradizione e una “cattiva” tradizione, in termini di ciò che dovrebbe essere tramandato perché non scompaia?
La musica e la letteratura (lo storytelling) sono i modi migliori di comprendere un popolo, un luogo. Per quanto riguarda il Kentucky, suggerirei di ascoltare le canzoni di Jean Ritchie, di leggere le poesie di Wendell Berry. Entrambi offrono un’immagine fedele del posto. Detto questo, il mio è un giudizio molto soggettivo!
Molte persone non sono più interessate alle tradizioni, né agli artisti che cercano di conciliare il vecchio mondo e il mondo contemporaneo. E così, le storie e le canzoni che ci hanno fatto andare avanti per generazioni e generazioni stanno lasciando posto, nella musica e non solo, ai prodotti commerciali (che spesso sono solo spazzatura ben pubblicizzata). Malgrado ciò, gli artisti di qualità continuano a esistere, e vedono la tradizione come qualcosa in costante evoluzione. Ogni generazione impara a proprio modo le vecchie canzoni e le vecchie storie, e poi le riporta con cambiamenti sottili, personali, talvolta intenzionali, talvolta no. Tutto, in fondo, fa parte di questa tradizione. È solo che alcune sono tradizioni culturali e artistiche mentre altre sono, ormai, tradizioni commerciali. Riguardo alla tua domanda su una tradizione “buona” o “cattiva” da seguire, direi che, se una certa performance o un certo disco ti si presenta come il documento di un artista, è bene adottarlo e diffonderlo. Se invece si tratta solo di una banale macchina arraffasoldi, forse è il caso di lasciarlo passare.

Le domande su internet e affini sono sempre un po’ imbarazzanti, quindi scusa, ma tempo fa ho letto che tu e Ben Sollee vi siete conosciuti su Myspace e, a giudicare dai risultati della vostra collaborazione, ha funzionato abbastanza bene, direi. Ti è successo più di una volta di conoscere online potenziali collaboratori?
In realtà sì. È capitato più di una volta – credo sia il modo in cui va il mondo ormai. Dopo aver sentito “Flyrock Blues”, Ben mi ha spedito un messaggio su Myspace, parlandomi delle cave a cielo aperto. È da molto che entrambi ci pensavamo, e ci sembrava una buona idea per iniziare a lavorare insieme in qualche concerto, e magari su qualche canzone. L’idea si è trasformata in “Dear Companion”. Ed è anche il modo in cui ho conosciuto Daniel Joseph Dorff (il mio batterista, oltre a essere co-produttore di “In The Cool Of The Day”). Dan mi mandò un messaggio dopo aver letto di “Stray Age” in un settimanale di Cincinnati, in Ohio. Da allora abbiamo suonato insieme più di cento volte, ed è il perno della band. Non riesco a immaginarmi un concerto senza di lui.

Se potessi usare un qualche superpotere sul palco, quale useresti? (Nel tuo caso “altezza” non vale)
Levitazione, o volo. Di sicuro. Pensa a quanto sarebbe teatrale!

Scroll To Top