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Daniele Vicari racconta il viaggio della Vlora

“La nave dolce” di Daniele Vicari esce in 28 sale giovedì 8 novembre. Riproponiamo l’incontro avvenuto durante l’ultima Mostra di Venezia dove il film è stato presentato fuori concorso.

La “nave” del titolo è la Vlora, il mercantile che nel 1991 venne preso d’assalto al porto di Durazzo e dirottato verso l’Italia; “dolce” perché la Vlora trasportava zucchero – e proprio lo zucchero aiutò le migliaia di albanesi in fuga a sopravvivere durante il viaggio – ma dolce anche perché quella nave «rappresentava un sogno meraviglioso».

La nave dolce” è il documentario che Daniele Vicari ha presentato a Venezia 69 fuori concorso (oggi la proiezione ufficiale in Sala Grande): lo accampagnano alcuni dei protagonisti, albanesi e italiani. C’è Eva Karafili, che arrivò in Italia insieme al marito a bordo della Vlora e da allora vive qui; c’è Nicola Montano, poliziotto e autore del libro “Ladri di stelle. Storie di clandestini ed altro”; e c’è Kledi Kadiu, il ballerino che tutti conosciamo grazie alla tv.

Già, la tv. Lo strumento attraverso il quale negli anni 90 gli albanesi imparavano ad amare e desiderare l’Italia, le sue opportunità e la sua libertà. «Gli albanesi amano l’Italia più di noi», dice Nicola.
Questo amore si sente, nel film. E si sente anche tutto l’entusiasmo e la speranza che animarono quelle persone. “La nave dolce” non è patetico o triste, le testimonianze raccolte da Daniele Vicari sono a tratti persino divertenti.

«Si pensa che chi scappa dal proprio paese – spiega Kledi – debba essere per forza un morto di fame e avere alle spalle terribili esperienze di guerra. Nel mio caso, si è trattato di curiosità, di voglia di libertà. Avevo diciassette anni, studiavo per diventare un ballerino ma il regime albanese in quegli anni obbligava a praticare solo la danza di repertorio, se dimostravi interesse verso altre discipline venivi immediatamente allontanato».

«Lo sbarco della Vlora in Puglia è stato un momento fondamentale nella storia italiana ed europea – dice Vicari – perché per la prima volta ci ha messi di fronte a un fatto nuovo: qualche anno prima era caduto il muro di Berlino e molte persone dell’ex blocco sovietico desideravano lasciare la terra d’origine per migliorare le proprie condizioni e sperimentare una libertà nuova. Di fronte a tutto questo la reazione dell’Italia è stata di totale impreparazione e chiusura – ovvero, abbiamo mandato l’esercito – perché l’avvenimento è stato letto solo come un problema di ordine pubblico. O meglio, questa è stata la reazione del governo perché la città di Bari mostrò invece grande apertura e volontà di accoglienza: c’erano persone che raggiungevano lo stadio dove erano stati rinchiusi gli albanesi portando spontaneamente cibo e acqua».

Daniele, come avete definito la struttura narrativa del documentario?
Io e Antonella Gaeta siamo partiti dalle immagini e ci siamo accorti che il racconto era già presente nei materiali di repertorio, perciò la nostra ricerca dei testimoni non è stata dettata dall’esigenza di raccogliere informazioni. Nella scelta dei miei protagonisti ho tenuto conto soprattutto della loro capacità di raccontare, cercavo dei narratori prima ancora che dei testimoni perché non mi interessava la fredda analisi del fatto storico.
Non li ho mai realmente intervistati, ho preferito lasciarli parlare a ruota libera come in un flusso di coscienza e al montaggio abbiamo privilegiato i momenti più emozionanti piuttosto che le spiegazioni. Nel film ci sono anche diversi andirivieni temporali inusuali nel cinema documentario che di solito non utilizza i flashback.
[PAGEBREAK] Quest’anno a Venezia la selezione di documentari è particolarmente ampia.
Ringrazio infatti Alberto Barbera per aver inserito molti documentari nella selezione ufficiale. Credo che il documentario stia cambiando la nostra cinematografia dall’interno. Spesso per i giovani registi esordire con un documentario è più facile – e mi riferisco anche all’aspetto economico. Ma anche autori affermati come i fratelli Taviani hanno sperimentato con successo il linguaggio documentaristico in “Cesare deve morire”, proprio loro che si erano dedicati quasi sempre a racconti di finzione. Credo che il documentario sia un’importante risposta analitica alla crisi socio-culturale del nostro paese.

L’autore delle musiche è Teho Teardo che ha collaborato con te più volte e anche per “Diaz”: c’è differenza dal tuo punto di vista tra la colonna sonora per un film di finzione e quella per un documentario?
Mi considero un regista, uno che racconta delle storie: la parola “documentarista” non mi piace. Per me non c’è differenza. Le immagini cinematografiche possono costruire un rapporto efficace con la musica – sia come commento d’accompagnamento sia in maniera più conflittuale – tanto in un documentario quanto in un film di finzione. L’unica differenza sta nel profilmico, in ciò che si trova davanti alla macchina da presa.

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“La nave dolce” avrà una distribuzione nelle sale a cura di Microcinema a partire dall’8 novembre.

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