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Danny Boyle presenta a Roma il suo Steve Jobs

Durante l’evento di presentazione ufficiale alla stampa italiana dell’atteso biopic “Steve Jobs“, il regista Danny Boyle ha accompagnato a Roma il suo film, e si è sottoposto al fuoco di fila delle domande a proiezione appena terminata.

Scritto dallo sceneggiatore di culto Aaron Sorkin (già autore dello script di un altro film su un genio delle nuove tecnologie, il Mark Zuckerberg di “The Social Network”), “Steve Jobs” è tratto dalla biografia ufficiale, e vendutissima, di Walter Isaacson pubblicata nel 2011.

Possiamo già dirvi che il film — al cinema dal 21 gennaio 2016 — non tradisce le aspettative, rivelandosi un lungo show attoriale pieno di dialoghi fitti e ritmati, con i rimandi simbolici perfettamente inseriti in un testo pieno di rime e consonanze interne, a cui forse difetta soltanto l’eccessiva intellettualizzazione dell’approccio alla materia.

Tantissimi tasselli compongono l’affascinante mosaico, affidati ai personaggi, tutti ben delineati, anche quelli di contorno (da ricordare la Joanna Hoffman di Kate Winslet, lo Steve Wozniak di Seth Rogen e il John Sculley di Jeff Daniels su tutti) e alle dicotomie continuamente presentate da Sorkin: tra uomo e macchina, tra sistema aperto e chiuso, tra umanità e freddezza, e tante altre.

Riassumiamo quindi brevemente il giudizio sui tre protagonisti principali dell’operazione: Sorkin realizza una sceneggiatura affascinante e addirittura spaventosa nella sua esattezza e programmaticità; Michael Fassbender, di cui non abbiamo ancora parlato, si divide in quattro e riempie di sfumature e semitoni la sua interpretazione, di livello assoluto pur senza cercare il mimetismo con il personaggio; e Danny Boyle, che si limita per la gran parte del minutaggio a star dietro ai dialoghi, riservandosi qualche intervento nei (rari) momenti di pausa e di silenzio, non sempre riuscito, a dire il vero.

Lasciamo allora a lui la parola:

Cosa pensa Danny Boyle di Steve Jobs?

L’idea che avevo di lui era legata al lancio dei suoi prodotti, dei veri e propri eventi mediatici. Per questo nel realizzare il film ho preferito concentrarmi sul dietro le quinte, fermandomi prima dell’apparizione in pubblico. Non è di certo il mio eroe, ma sono certo che abbia contribuito a cambiare il mondo. Mi sento umanamente più vicino a Wozniak, penso che si possa far convivere l’uomo di genio e la bontà umana, non è un concetto binario, e che non essere delle brave persone è opzionale quando realizzi qualcosa di grandioso. Jobs era un creativo, non troppo diverso da un regista, non era uno che eccelleva in qualche abilità materiale, ma aveva l’abilità di stimolare gli altri a credere in qualcosa che ancora non esiste. L’appunto che Jobs fa a Wozniak è che lui avrebbe dato via la loro tecnologia e non avrebbero mai potuto costruire quello che hanno realizzato. Quelli che io ritengo gli eroi di oggi sono quelli che hanno fatto Wikipedia, che hanno messo in piedi l’enciclopedia della nostra conoscenza e l’hanno regalata; come Tim Berners-Lee, l’inventore del World Wide Web, che lo ha creato neurale e aperto. Jobs voleva il controllo sul singolo utente, non era affatto d’accordo.

Come ha lavorato sulla regia della sceneggiatura scritta da Aaron Sorkin che potrebbe tranquillamente essere una pièce teatrale?

Sì, era davvero uno script corposo, duecento pagine fitte di dialoghi, e quasi nessuna descrizione, praticamente l’opposto di quello che accade di solito. Io ho lavorato a teatro (“Frankenstein”, ndr), ma il teatro si guarda da lontano, abbiamo la continua percezione di essere pubblico, l’immedesimazione è relativa. Io preferisco il cinema proprio per questo, perché è più immersivo, e più vicino alle percezioni dell’essere umano. Con il mio lavoro ho cercato di fare in modo che lo spettatore non fosse distratto da quello che ritenevo il cuore dell’opera, che è questo scontro di grandi menti che cercano di dar forma al nostro mondo, e volevo sottolinearlo visivamente come potevo, con la scelta delle tre location, con i tre formati che ho usato, 16mm per la prima parte, 35mm per la seconda e digitale per la terza… ci sono tanti modi in cui si può contribuire per rendere cinematografico e personale un lavoro.

Come ha lavorato con il suo attore protagonista, Michael Fassbender? In un film di questo tipo, è molto importante la chimica che s’instaura tra attore e regista per la sua riuscita…

Siamo contenti di aver avuto Fassbender per interpretare quest’icona, è un attore straordinario. Ha assorbito in pratica il copione di Sorkin, conosceva anche le scene degli altri attori e suggeriva quando qualcuno dimenticava una battuta. Eppure già solo il suo ruolo era davvero complesso da memorizzare! Invece non l’ho visto nemmeno una volta consultare il testo quando si era sul set.

Come sono stati scelti i tre momenti che vengono analizzati nel film?

I tre momenti sono simbolicamente importanti nella vita di Jobs. Il 1984 è il primo tentativo di spodestare l’IBM, del famoso spot di Ridley Scott, dei primi contorni del progetto che poi sarebbe stato stato portato a compimento anni dopo; il 1988 è il momento più particolare, quello della vendetta, del cavallo di Troia, del NEXT, la macchina fatta per non funzionare; il 1998 è l’inizio di tutto, il momento del primo computer esteticamente accattivante, l’iMac, un oggetto che era bello avere sulla propria scrivania, che ha dato realmente inizio al mondo in cui viviamo oggi, qualcosa che volevi possedere, che eri fiero di avere, col quale potevi impressionare le persone avendolo, non usandolo. Ha chiaramente immaginato che un giorno noi avremmo portato questi oggetti a letto con noi, sembra ridicolo se ci pensiamo, ma è così, è letteralmente l’ultima cosa che guardiamo prima di dormire e la prima che controlliamo al risveglio. È stato l’inizio di quello che abbiamo oggi, con Internet nelle mani di tutti, non nelle casa, ma nelle tasche. Ci siamo fermati lì, prima di arrivare a iPod, iPhone e iPad, perché non volevamo fare un biopic tradizionale.

Ci sono stati dei problemi nel realizzare questo film? So che la vedova di Jobs non vi ha reso la vita facile…

Sì, lei ha contattato tutti quelli che poteva per convincerli a non fare il film, ha davvero cercato di metterci i bastoni tra le ruote in tanti modi. Io ho fatto il film perchè Steve, un maniaco del controllo, aveva voluto e addirittura commissionato l’autobiografia da cui abbiamo tratto il film, e l’unica cosa in cui ha messo bocca è stata la scelta della foto sulla copertina. Non ha lasciato nessuna dichiarazione in materia, probabilmente voleva che questa storia fosse raccontata in molti modi. Lui si è affidato a gente di cui si fidava, e anch’io. Ma poi è giusto fare film che raccontino in qualche modo queste aziende informatiche che oggi dominano il mondo, è importante riuscire a fare su di loro dei film liberi, con libertà di critica.

Una delle cose più interessanti della personalità di Jobs che esce fuori dal film è il suo disinteresse, o forse è meglio chiamarlo rapporto particolare, con il denaro…

Non è uno che ha fatto molta beneficenza nella sua vita, probabilmente non ci credeva, ma di sicuro non era molto attaccato ai soldi. Probabilmente era interessato più al controllo e al potere che inevitabilmente si portano appresso.

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C’è un motivazione, secondo lei, per l’abbondanza di biopic degli ultimi anni?

C’è molta mancanza di sicurezza, anche economica, tra gli sceneggiatori. Prendete l’ultima annata cinematografica: a trionfare sono stati grandi sequel come “Jurassic World”, “Fast & Furious 7″ e vedrete ora cosa succederà con “Star Wars”; il biopic racconta grandi personaggi popolari, è una storia sicura, con un marchio che la precede come la fama del personaggio narrato. I produttori non rischiano, il cinema andrà sempre di più verso una polarizzazione assoluta: grandi film con megaproduzioni e piccoli film che si assumono il compito di osare e sperimentare, che quantomeno ci provano. Il mio non è un biopic classico, e credo che ve ne siate accorti, ma ho visto anche altri modi interessanti di approcciarsi alla materia. Mi è molto piaciuto il lavoro che hanno fatto con la storia di Brian Wilson, quasi sfidando il formato (“Love & Mercy” di Bill Pohlad, dedicato al leader dei Beach Boys, ancora inedito in Italia, ndr).

Non è il film idolatrante che forse i fan di Steve Jobs si aspettano, si è rapportato anche con questo aspetto?

Per me il cinema, oltre a narrare storie, deve provare a incidere sulla realtà. Fa bene contraddire un po’ queste grandi corporations, ma io non sono partito con quest’obiettivo, perché è una personalità affascinante che meritava di essere narrata. Faccio degli esempi: trovo incredibile che quest’uomo, che era uno dei più ricchi e potenti del mondo, che quando lo abbiamo scoperto nel 1984 già valeva quattrocento milioni di dollari, soffrisse così tanto dell’abbandono da parte dei genitori, e che avesse portato con sé questa sofferenza per tutta la sua vita, tanto da renderla qualcosa che ha formato tutta la sua filosofia e il suo modo di lavorare. Come diciamo nel film, si sentiva impotente e aveva bisogno di essere in totale controllo. Così ha creato anche prodotti su cui potesse averlo con i loro sistemi chiusi, attraverso di essi ha dato potere a tutto il mondo, ma ha voluto mantenerlo per sé perché sentiva di non averne nella vita. Questo aspetto ha modellato la sua filosofia di lavoro, la sua visione del mondo che ha creato. Ed ha riservato alla figlia lo stesso rifiuto che lui ha provato. Se fosse un lavoro di finzione, lo bollereste come insensato, pieno di stereotipi, ma è qualcosa che ha ammesso lui stesso al suo biografo.

Noi ci siamo limitati a prendere questi aspetti di Jobs e creare una tesi basata su di essi, ovvero che Steve Jobs ha incanalato il suo amore nei suoi prodotti, realizzando qualcosa che gli utenti potessero amare e attraverso essi amare anche lui, creando un circolo di amore che dovrebbe verificarsi tra esseri umani, ma che si realizza mediante le sue macchine. La cosa assurda è che gli stiamo dando ragione, no? Perché sismo legati a questi oggetti , in un modo che è quasi inconcepibile, li portiamo a letto con noi, gli affidiamo segreti che non scriveremmo nemmeno in un diario, fotografie intime con l’illusione che siano solo al loro interno, mentre tutti questi dati che sentiamo protetti sono a disposizione della casa produttrice. Facciamo una foto sexy con Snapchat e poi pensiamo che sparisca per sempre, ma Snapchat ha tutte le tue foto! E mentre è riuscito a creare questo rapporto di amore tra lui e gli utenti attraverso le sue macchine, Steve Jobs ha trattato la figlia, di cui sapeva di essere il padre, peggio di quanto lui stesso sia stato trattato da bambino. Psicologicamente la trovo una cosa affascinante da raccontare.

Parliamo ancora un po’ della sceneggiatura di Aaron Sorkin. In quale misura lei ha avuto spazio per intervenire e quanto, invece, era blindata?

In realtà Sorkin è stato molto disponibile. Non ha una buona reputazione che lo accompagna a livello personale, ma invece il lavoro è proceduto in totale armonia, abbiamo cambiato diverse cose che hanno richiesto anche delle riscritture. Un esempio su tutti è la scena con Wozniak nella terza parte, che originariamente era ambientata in un camerino soltanto con loro due, ma io ho voluto che fosse in pubblico, davanti a questa sorta di discepoli con le magliette dell’azienda. È un po’ anacronistico perché gli Apple Store non erano ancora stati aperti, ma è sicuramente qualcosa che lui aveva già in mente perché i primi sono stati inaugurati tre anni dopo, con i suoi accoliti a diffondere il verbo. E Sorkin ha riscritto la scena in modo brillante, spostandola in un luogo pubblico.

Un altro esempio riguarda Joanna Hoffman: Kate Winslet è stata in contatto con lei ed è stata lei a raccontarle di come Jobs fosse andato a casa sua all’una di notte e di come le abbia chiesto «Perché non abbiamo mai fatto sesso?» e la sua risposta «Perché non siamo innamorati». Dissi a Sorkin: «Aaron, dobbiamo metterla nello script» e lui l’ha fatto. È stato molto disponibile in questi e in tanti altri casi, sapeva di avere un gran cast di attori all’opera e per questo si è affidato a loro.

Il film, però, è stato percepito all’esterno come un’opera molto legata al suo sceneggiatore. Lei si è sentito un po’ il Wozniak di Sorkin?

Oh, questa è interessante! Wozniak è venuto sul set e ci ha aiutati molto ed ha anche sviluppato un’amicizia molto forte con Seth Rogen. Woz non vuole più parlare di computer, gli piace fare trucchi di magia, che non sono nemmeno un granché a dirla tutta. Seth Rogen è l’uomo più gentile che esista, sul serio, e credo che abbia visto in Woz qualcosa con cui identificarsi, il fatto che non abbia ricevuto molto credito per quello che ha fatto proprio per la sua bontà, perché i cattivi prendono tutto il merito. È così anche per Rogen, che tanti pensano che non sappia recitare, perché è un comico.

Per quanto riguarda me e Sorkin, sono stato orgoglioso che mi sia stato chiesto di mettere in scena questo script, perché il film precedente scritto da Sorkin, “The Social Network“, è stato realizzato da David Fincher ed è un lavoro fantastico che ho guardato e riguardato e mi dicevo che se avessi potuto ottenere anche solo la metà di quello che ha fatto lui mi sarei ritenuto soddisfatto. Con il mio lavoro ho cercato di fare in modo che lo spettatore non fosse distratto da quello che ritenevo il cuore dell’opera, che è questo scontro di grandi menti che cercano di dar forma al nostro mondo, e volevo sottolinearlo visivamente come potevo, con la scelta delle tre location, con i tre formati che ho usato, 16mm per la prima parte, 35mm per la seconda e digitale per la terza… Ci sono tanti modi in cui si può contribuire per rendere cinematografico e personale un lavoro.

Lei ha già diretto Daniel Craig nei panni di James Bond, per pochi minuti, all’interno della Cerimonia d’apertura delle Olimpiadi di Londra. Pensa che sarà mai, in futuro, al timone di un nuovo Bond?

È stato davvero divertente dirigere quella sorta di cortometraggio all’interno della Cerimonia, avevamo la Regina come coprotagonista …  Non credo di essere fatto per dirigere una cosa del genere, forse nelle mie mani cambierebbe troppo, non si può controllare. Ecco, ho detto una delle frasi preferite di Steve, in chiusura, forse tra di noi ci sono più cose in comune di quante ne immaginassi all’inizio di questo viaggio.

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Regista e personaggio che scompaiono uno nell’altro, o che adattano i propri caratteri modellandoli a quello dell’altro durante quel rapporto intenso che s’instaura durante la lavorazione di un film: una commistione tra cinema e psicologia che sarebbe interessante analizzare, non credete? Qui comunque Boyle, per usare un celebre esempio, è soltanto il padre putativo di QUESTO Steve Jobs.

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