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Dario Argento al Torino Film Festival 2014

Dario Argento torna nella “sua” Torino per accompagnare la proiezione di “Profondo rosso”, come sempre accolto da consensi entusiastici e file interminabili ai botteghini per accaparrarsi il prezioso tagliando d’ingresso. Molto strana la scelta del Torino Film Festival di proiettarlo quest’anno e non il prossimo, quando il film compirà quarant’anni, ma probabilmente è semplicemente una scelta del distributore: si comincia a riparlare del film fin da adesso, per poi arrivare pronti alla nuova uscita nelle sale italiane (ce l’ha confermato lo stesso Argento nell’incontro a seguire).

La presenza del regista, poi, è dovuta anche al tour di lancio per la sua nuova autobiografia, “Paura”, che sta seguendo con una serie di presentazioni nelle librerie di tutta Italia. Anche la sala delle conferenze stampa è affollata all’inverosimile quando Argento fa il suo ingresso facendosi strada tra i fotografi:

Riesce ancora a stringere pollice e indice intorno all’avambraccio?
Lei conosce un aneddoto che è giusto raccontare prima di rispondere. Questa cosa me la diceva Bernardo Bertolucci quando collaboravamo per la stesura del soggetto di “C’era una volta il West”. Da giovane ero magrissimo, ero celiaco e ancora non lo sapevo, e Bernardo mi prendeva un po’ in giro dicendo che riusciva a prendermi il braccio facendo un cerchio con il pollice e l’indice. No, oggi non ci riesco più, sono più in carne.

Si è mai identificato con qualcuno degli assassini dei suoi film?
No, devo dire di no. Il cinema è un lavoro collettivo, sul set sei attorniato da un centinaio di persone a anche più, sei un risponditore automatico, tutti vengono dal regista a chiedere tutto, anche le cose più piccole, il colore della stoffa di un divano, la posizione di un comodino… Bisogna sempre rispondere in maniera veloce e ostentando sicurezza anche se non la si ha, altrimenti si perde di autorevolezza e credibilità. Questo per dire che è impossibile durante le riprese che ci sia l’atmosfera giusta per qualsiasi tipo d’identificazione. E’ prima delle riprese che devi sapere bene quali corde del subconscio andrai a toccare, quali emozioni e suggestioni vuoi che si abbattano sul pubblico in sala.

“Profondo rosso” è un film ancora modernissimo. L’anno prossimo compirà quarant’anni, tornerà in sala?
Sarà sicuramente in sala l’anno prossimo. C’era già tornato qualche anno fa ma, se non ricordo male, solo a Roma e forse a Milano. Questa volta uscirà in tutta Italia.

Ci può parlare del suo prossimo progetto che arriverà nelle sale, “The Sandman”, che avrà anche Iggy Pop nel cast?
L’8 gennaio scade la raccolta fondi, stiamo cercando di trovare dei soldi in crowdfunding, si sono messe insieme Amazon e Indiegogo per reperirli in vari mercati. Non c’è tanto bisogno di questi soldi per fare il film, la cifra richiesta comunque non è alta (250mila dollari, ndr) e il film non sarà molto costoso. È un modo, più che altro, per coinvolgere il pubblico, per far sentire partecipi del progetto i miei fan, per fare il film davvero come voglio io, in piena libertà e senza nessun condizionamento esterno.

Ci dice quali sono i suoi tre horror preferiti, escludendo i suoi film? E i tre film non horror?
Non ci riesco. Io ho fatto il critico prima di fare il regista, ce ne sono tanti che mi hanno influenzato, che mi hanno fatto sognare, non ce la faccio proprio a scegliere. Nel mio nuovo libro metto insieme tutti i gusti e i registi che mi hanno fatto sognare, vi rimando a quelle pagine.. Quando facevo il critico potevo guardare tantissimi film e venivo pure pagato, un sogno vero e proprio. Quella è stata la mia università.

Torino è molto cambiata dai tempi di “Profondo rosso”. È ancora adatta per un suo film?
Ci sono di sicuro delle cose nuove che non c’erano allora, ma la Torino classica c’è ancora, quella metafisica, quella dechirichiana. I palazzi liberty sono ancora quelli, ogni portone è un mistero. Penso che girerò ancora in questa città. È la mia città d’adozione, la conosco meglio di molti torinesi.

Ci motiva la scelta di Edward Hopper per alcune scenografie di “Profondo rosso”?
Perché è un film iper/realista, quindi non c’era pittore migliore da cui prendere spunto per la scena del bar.

Con quali tra i tanti attori internazionali con cui ha lavorato si è trovato meglio, è riuscito ad instaurare un rapporto di amicizia?
Io non faccio tutta questa amicizia con gli attori, con qualcuno mi è capitato di andare a cena, ma non con molti. Mi sono trovato molto bene a lavorare con Harvey Keitel, con Karl Malden, soprattutto con le donne come la piccola Jennifer Connelly, che era davvero una bambina quando lavorò con me in “Phenomena”.

Continuando a parlare di cinema horror, le piace qualcuno dei giovani autori contemporanei?
Negli USA non c’è nessuno che mi faccia impazzire, troppa tecnologia, poi ormai nelle grandi major comandano le banche, quando c’è un successo si cerca di replicarlo all’infinito. Mi piacciono molto i film orientali, in Corea, in Giappone, anche in Thailandia viene prodotto il cinema più interessante che si possa trovare oggi. Negli Usa tutti i film hanno questo gruppo di giovani che vanno a fare una gita in un posto isolato, fumano, bevono, fanno l’amore e poi arriva il mostro di turno. In Oriente vado spesso anche per scoprire film che qui non arriveranno mai, sono stato molte volte in Giappone, lì è pieno di appassionati del mio cinema. Qualche anno fa andai a Pechino, invece, ed entrai in un’enorme videoteca, disposta su quattro piani. C’era una tabella con i dieci DVD più venduti di quel periodo, al quarto posto c’era una “Dario Argento Collection vol.2”. Non so nemmeno quali film contenesse, ma è stata una forte emozione scoprire che anche i cinesi sono degli appassionati della mia opera.

Ci parla un po’ del suo rapporto con Sergio Leone?
Eravamo amici. Fui uno dei pochi critici all’epoca ad esaltare i suoi western, fui anche ripreso dal mio direttore per questo. Erano considerati film di serie B, che una rivista “colta” doveva forzatamente denigrare. Quando lui decise di fare un film con una protagonista femminile, “C’era una volta il West”, si mise a cercare sceneggiatori giovani. Il cinema italiano ha sempre saputo rendere meglio i personaggi maschili, succede ancora oggi, e lui scelse me e Bernardo per svecchiare, in qualche maniera, lo script.
Ricordo lunghe cene, incontri, dove lui subito traduceva in movimenti di macchina quello che dicevamo. La macchina da presa è la nostra penna, i movimenti sono la cosa più importante, dietro ogni inquadratura ci dev’essere uno studio sulla psicologia nascosta dietro quello che si mostra, ogni singolo carrello deve avere una motivazione ben precisa.

Ha qualche consiglio da dare ai giovani che vogliono intraprendere la strada del cinema?
Non saprei proprio. Innanzitutto guardare molti film, parlare di cinema, passare serate e serate a dibattere dopo ogni visione, come facevamo noi. Poi magari anche frequentare una scuola: io non l’ho fatto, come ho già detto la mia scuola è stata la professione di critico.

A Venezia David Gordon Green aveva parlato di un progetto legato ad un remake di “Suspiria”. Ne sa qualcosa? L’hanno contattata?
I diritti di “Suspiria” sono stati comprati dalla Fox tanti anni fa, so che hanno fatto vari trattamenti ma non riescono a trovare la giusta chiave per riportare in scena la storia. A un certo punto è entrata nel progetto anche Jessica Harper, la protagonista del mio film, che ora è la moglie di un dirigente della Fox, ma poi si è di nuovo bloccato tutto. Io spero non lo facciano mai.

Chiudiamo ancora su “The Sandman”, il nuovo progetto tratto da una graphic novel. Come mai ha scelto Iggy Pop?
Ho incontrato Iggy a New York un po’ di tempo fa, lui per me era un mito, e ho scoperto che anche per lui io sono un mito. Mi ha chiesto di lavorare in un mio film, e questa volta ce ne sarà l’opportunità. Lui ha già recitato molte volte ed è una persona estremamente intelligente.

Eccoci ancora qui, dunque, ad aspettare il nuovo film di Argento sperando che questa sia la volta buona per un rilancio dopo il tristissimo ventennio appena passato. Lo diciamo ogni volta, e veniamo puntualmente delusi, anzi disgustati dal risultato; ma un altro po’ di credito a questo egocentrico e geniale (un tempo) ometto siamo sempre disposti a concederlo, per tutto quello che ci ha regalato nei suoi primi vent’anni di carriera.

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