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Dario Argento, l’horror ieri e oggi

Difficile essere obiettivi quando si parla di Dario Argento, un autore fondamentale per il nostro cinema di genere, un visionario d’immenso talento, che dal 1994 in poi ha intrapreso una china sempre più ripida verso la mediocrità. Il regista romano è ospite del Giffoni Film Festival, dove nella giornata di ieri ha ricevuto il premio Truffaut alla carriera, concedendosi alle domande della stampa e dei ragazzi di tutte le età che formano le varie giurie.

E, diciamolo subito, non ha fatto una gran figura. C’è tutta una categoria di artigiani dell’arte che non riesce minimamente ad auto-analizzare la propria opera, ma a tutto c’è un limite. La sequela di risposte monosillabiche che Argento ha inanellato rispondendo alle domande di una marea di adolescenti entusiasti ha dell’incredibile. Ne emerge la figura di un autore incarognito contro la modernità, stizzito nell’individuare riferimenti ed eredi, tristemente rassegnato alla cronica mancanza di risorse economiche che affligge la produzione artistica nazionale.

Un breve riassunto dell’oretta di dialogo con i giovani giurati prima di passare all’intervista con il sottoscritto: poche risposte simpatiche, poco pervaso dallo spirito vitalistico che anima questa manifestazione che venne definita da Truffaut, lo ricordiamo con piacere, “l’unico festival davvero utile perché forma le giovani menti”. Argento è riuscito ad affermare in rapida sequenza che la tecnologia 3D usata in “Avatar” è antidiluviana rispetto a quella usata nel suo “Dracula” (gelo totale da parte dei giornalisti in sala), che non è assolutamente vero che il suo “Phenomena” è ispirato a “Gli uccelli” di Hitchcock, che nel cinema horror odierno non ci sono suoi eredi e non lo è nemmeno l’autoinvestitosi Federico Zampaglione, che ragazzini che non hanno mai visto i suoi film non devono fargli domande (e qui davvero si è sfiorato il ridicolo).

È quasi il tramonto quando riesco ad avere i miei cinque minuti faccia a faccia con il regista romano:

Il grande regista Brian Yuzna ha risolto l’annosa questione della differenza tra horror e thriller affermando che si parla di horror quando è presente qualcosa di soprannaturale. Quindi secondo questa visione il suo “Profondo rosso” sarebbe un thriller. È d’accordo?
No. Conosco benissimo Brian ed è una persona stimabile, ma non sono d’accordo con questa rigida suddivisione. L’horror suscita spavento, e questo lo può creare anche un assassino terreno. La ritengo troppo semplicistica, insomma.

Una più facile modalità di approccio al mondo dell’audiovisivo per un giovane esordiente può essere quella di partire da un corto o da un mediometraggio, forme che lei ha frequentato con profitto se pensiamo ai due episodi della serie “Masters of Horror” o all’episodio “Black Cat” del film “Due occhi diabolici”. Quali sono le differenze principali di approccio tra un lungo e un medio metraggio?
L’importante è sempre avere una buona storia, non ci sono grandi differenze. Bisogna sicuramente narrare in maniera più serrata ma non ho mai cambiato il mio modo di girare in relazione alla durata di quello che stavo facendo.

Tra l’altro, sempre per parlare di “Due occhi diabolici”, uno dei miei cult personali, il suo episodio nei vari forum per appassionati risulta molto più gradito di quello di George A. Romero.
Mi fa piacere. Ritengo George un amico e un grande regista, io mi occupai tanto tempo fa della distribuzione italiana del suo “Zombi”.

A partire da Roger Corman che ha allevato sotto la sua ala la “New Hollywood”, passando per altri esempi, come lo stesso Yuzna che a un certo punto si è trasferito in Spagna scoprendo i vari Balaguerò, Plaza e Bayona, all’estero i vecchi maestri cercano di formare nuove leve attraverso delle vere e proprie “factory”. Come mai questo in Italia succede più difficilmente?
Io ci ho provato. Ho prodotto “Demoni” e “Demoni 2″ di Lamberto Bava, “La chiesa” e “La setta” di Michele Soavi, “La maschera di cera” di Sergio Stivaletti. Ma oggi è più difficile, non ci sono più soldi, non si riesce più a produrre nulla.

Ha visto i film dei nuovi registi di genere italiani come Gabriele Albanesi? Che ne pensa?
Sì, li ho visti, cerco di vedere tutti gli horror. Non mi piacciono, troppo rozzi, troppo amatoriali. È colpa della mancanza di soldi, comunque.

L’intervista viene bruscamente interrotta da un addetto stampa il cui nonno avrà di sicuro militato nella Gestapo, che si porta via Dario Argento impedendomi di chiedergli con quale coraggio si può mandare nei cinema con la sua firma film immondi come “Il cartaio”, “Giallo” e “Dracula”. Avrei davvero avuto il coraggio di chiederglielo? Nessun altro giornalista l’ha fatto in maniera diretta, ma nei discorsi d’anticamera non si parlava d’altro. Sarà colpa della categoria quindi se Argento realizzerà altre opere imbarazzanti, della nostra mancanza di schiettezza? Ho incontrato per la prima volta un regista che ha realizzato almeno dieci opere di altissimo livello, e quindi per questa volta sono stato indulgente. Ma occhio al prossimo incontro, caro Dario, ci rivedremo…

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