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  • Dario Gay: Ognuno Ha Tanta Storia

    Dario Gay

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Non ci siamo (riprovare più tardi)

Dario Gay.
Un nome normale, un aggettivo insolito; magari, invece, l’appellativo che il regista horror Argento si è sentito affibiarsi per qualche errore nei propri lungometraggi.
Quattordici brani di musica italiana tra cantautorato e pop, giocati su ballate classiche e ritmi regolari, nonché intervallati da presenze ponderanti quali la rossa Milva, la banda Osiris ed Aida Cooper.
Che il cantante sia in giro da anni, lo dimostra il consolidamento della sua base professionale, ma esso non basta a dare la vittoria – altrimenti eccessivamente scontata – per quanto riguarda l’ultimo lavoro.
Il sapore è inspido, le lacune regnano.

Personalmente, Gigi D’Alessio saprebbe essere più incisivo. E siffatta affermazione scaturisce da una bocca (o dall’input di una tastiera, che dir si voglia) soltanto in determinate circostanze di allineamenti planetari ed astrali; oppure, come in questo caso, dall’apprezzamento pressoché inesistente per la musica di Dario Gay.
Non è questione di incapacità da parte di chi suona, dato che la tecnica permane, né di voce inadatta. Sono le liriche stesse e gli arrangiamenti a far crollare qualcosa di potenzialmente positivo.

Pro

Contro

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