Home > Recensioni > Darkest Hour: Hidden Hands Of A Sadist Nation
  • Darkest Hour: Hidden Hands Of A Sadist Nation

    Darkest Hour

    Loudvision:
    Lettori:

La creatività nell’hardcore, frutto di ricerca e s

Il gruppo più svedese degli Stati Uniti è di nuovo tra noi. L’uscita di questo nuovo capitolo della saga Darkest Hour era stato dal sottoscritto atteso con somma avidità in quanto ero certo della decisiva consacrazione che il gruppo avrebbe avuto con il terzo album. Gli indizi erano tutt’altro che confusi: lo splendido “The Mark Of The Judas”, debut della band, il passaggio a Victory Records e il feroce “So Sedated, So Secure”, l’eccellente song pubblicata sullo split con gli eroi noise-core ungheresi Dawncore (R.I.P.). Tutte tracce che portavano ad una conclusione. Prima o poi sarebbe arrivato il botto. Ed eccoci qua a parlare di questo “Hidden Hands Of A Sadist Nation”, album definitivo della band, partita in questa occasione alla volta di Goteborg e degli Studi Fredman per farsi dirigere niente popodimeno che da Fredrick Nordstrom (At The Gates, In Flames, Arch Enemy, Dimmu Borgir e centinaia d’altri). Il risultato è un fenomenale concentrato di death metal, thrash e attitudine punk, tutto filtrato dalle menti un po’ schizoidi dei nostri cinque di Washington. Rispetto alle releases precedenti ogni elemento è stato affilato e reso totalmente distruttivo, dalle devastanti accelerazioni di batteria (i DH corrono come mai avevano fatto) alla voce di John Henry diventato ancora più marcio e potente, fino alle chitarre, ispirate come non mai nei loro intrecci swedish death. Si parte con “Sadist Nation” (presente anche nel nostro database mp3), song che da sola probabilmente vale l’acquisto dell’album: diretta, decisa, devastante e bellissima nell’apertura finale, affronta tematiche molto scottanti per la cultura americana come il problema delle armi e la corsa ad armarsi (“The myth of protection is a sick fascination, a culture of violence is what you are feeding. Fear is an heirloom and hate is contagious, a nation of sadists is what you are breeding”). Una dopo l’altra le songs si susseguono senza sosta e senza cali di tensione; difficile fare dei nomi, se non rischiando di tralasciare qualcosa. Il pregio più grande di questo disco è la totale personalità raggiunta in fase di composizione: in un periodo in cui molte, troppe bands cercano di far rivivere un genere che era ormai defunto (il revival swedish death sta assumendo sempre più i connotati del classico polverone americano montato a tavolino) i Darkest Hour diventano invece l’espressione più nitida di come si possa trarre linfa vitale dal passato proponendo un proprio stile e una propria ricerca musicale, senza scopiazzare a destra e a manca ma anzi andando ad aggiungere innovazioni e idee a quanto fatto da gente con At The Gates, Entombed e primissimi Soilwork. E non è un caso, proprio per quanto appena detto, che nell’ album compaiano personaggi del calibro di Tomas “Tompa” Lindberg (ha bisogno si presentazioni?), Ander Bjorler (The Hauted), Peter Witchers (Soilwork) e Markus Suneson (The Crown), pronti a dare il proprio contributo a quello che può essere considerato un vero e proprio punto di riferimento, da qui in avanti, per un determinato tipo di sound. Fa davvero piacere che gente come i Darkest Hour, gruppo di scassoni senza eguali on stage (chi ha assistito ad un loro concerto lo sa benissimo), cordiali, timidi e umili giù da un palco, possa ricevere il giusto riconoscimento, da parte di veri e propri pilastri della musica estrema scandinava, per quanto fatto attraverso la propria musica. Idoli.

Scroll To Top