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    Darkest Hour

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Spiriti imbrigliati o geni incontrastati?

Finalmente, dopo infiniti ascolti, ce l’ho fatta. Ho iniziato a scrivere questa recensione. Il ritardo con cui questo avviene non è causato dai normali ritardi con cui dobbiamo fare i conti noi scribacchini ogni giorno, ma dalla volontà di andare a fondo ad un album davvero ostico da recensire. Perché se i Darkest Hour rimangono una delle mie band preferite di sempre, risultava per me davvero difficile raccontarvi di un lavoro a prima vista non riuscito al 100%, sotto gli standard a cui ci hanno abituato da sempre e non all’altezza del nome che porta. Non mi potevo rassegnare all’idea ma dovevo trovare a tutti costi quel qualcosa che mi avrebbe fatto ricredere e innalzato questo “Undoing Ruin” a uno degli album migliori in casa Darkest Hour. E allora ecco che ascolti frenetici, maniacali e irrequieti mi hanno fatto convincere di quello che andrò ora a raccontarvi.
CAPITOLO 1. È innegabile che David Townsed sia un genio musicale. È innegabile che “City” degli Strapping Young Lad sia un disco inarrivabile. Quello su cui ho invece qualcosa da ridire è il tipo di produzioni che è solito confezionare. Se in “Natural Born Chaos” la pulizia di suono unita ad una potenza devastante sfioravano la perfezione, le stesse caratteristiche, associate al nome Darkest Hour non convincono allo stesso modo. I Darkest Hour non sono i Soilwork e questo è un dato di fatto. Una produzione dello stesso tipo non può essere adeguata. Rispetto ai capitoli precedenti, le chitarre non sono più assordanti ma perfettamente bilanciate, la batteria non deraglia ma i suoi suoni sono ben equilibrati. Fredrick Nordstrom aveva fatto un eccellente lavoro nel precedente “Hidden Hands Of A Sadist Nation” mantenendo quella componente “raw & wild” che ha sempre contraddistinto l’attitudine del gruppo di Washington. Attitudine che in questo nuovo capitolo sembra inevitabilmente imbrigliata, schiacciata dal peso di dover vestire a tutti i costi l’abito della festa.
CAPITOLO 2. Se il precedente disco aveva messo in luce tutto lo splendore dei nostri, aveva anche fatto emergere i limiti della band ad affrontare lunghezze di brani eccessive. Molte delle canzoni là presenti potevano essere tranquillamente tagliate di parecchi secondi, andando così ad aumentare la fruibilità di un prodotto che comunque, per la qualità intrinseca delle composizioni, si lasciava ascoltare dall’inizio alla fine. “Undoing Ruin” non vuole essere da meno e cade nella reiterazione di riff che spesso stancano, vuoi per la mancanza di veri climax all’interno delle composizioni, vuoi per l’effettiva mancanza di stand out songs capaci di farci dimenticare il tempo che passa.
CAPITOLO 3. Ok, sappiamo che Kris Norris fa parte della band ormai da quando i Darkest Hour volarono in Svezia per registrare il loro terzo full length ma che all’epoca il buon Kris non si era ancora ambientato pienamente nella band e non aveva così contribuito alla stesura dei quei brani. Oggi non è più così e la differenza si sente eccome. È aumentata sicuramente la tecnica globale delle composizioni ma rimangono alcuni fattori che non convincono. Uno su tutti: gli assoli. Mi domando se erano così necessari nell’economia della band, specie quando suonano più come una presa in giro poco convinta degli Eighties che altro (si veda l’attacco di “This Will Outlive Us”). Crediamo di no.
EPILOGO. Detto questo, rimane il fatto che “Undoing Ruin” sia un ottimo album, al di sotto delle aspettative ma pur sempre ottimo. Non analizzerò di certo le canzoni una ad una, probabilmente altri lo potranno fare molto meglio di me. Mi limiterò a consigliarvi l’intro affidato a “With A Thousand Words To Say But One”, i chorus di “Sound The Surrender” e la violenza sonica di “District Divided”, forse la migliore del lotto, che riporta con la mente indietro di qualche anno. I Darkest Hour sono tornati. Lunga vita ai Darkest Hour.

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