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    Das Scheit

    Data di uscita: 18-09-2005

    Loudvision:
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Commercialmente valido

Terzo appuntamento discografico con i tedeschi Das Scheit, metalgoth act reltivamente giovane nato con Marilyn Manson e l’elettronica-rock-industrial easy listening in mente. Ruffiani nelle melodie, ruffiani nel modo di strutturare i brani, ruffiani nei ritornelli, nelle intonazioni scelte, accattivanti e con groove e ben prodotti. Ruffiani con mestiere, quindi.
Al primo ascolto rimani con quella sensazione che ti lasciano i tedeschi quando sanno fare le cose per bene. Ti prendono, ti intortano a dovere con la loro terronaggine – in questo caso condita da piccole astuzie elettroniche del tutto giustificate – ed alla fine ti convincono. Vuoi per l’anthem intrigante che è “Much Deeper”, vuoi per le distorsioni soniche avantgarde di “Splinters” su una linea melodica vagamente ruffiana-romantica; inutile dire quanto la fase “Mechanical Animals” del frankestein di Reznor abbia influenzato il quartetto. Poco male, in quanto l’influenza non si avvicina mai al plagio, piuttosto mira ad una accurata e personale rielaborazione. Loop elettronici in crescendo, bordate di rock pesante con voci cattive il giusto ed effettate ancora meglio. Soprattutto una dose di coinvolgimento atmosferico che non sospettavo, come nel caso della già citata “Splinters” ed “Earth Stands Still”. Non mancano comunque le canzoni che si rifanno alla matrice electro-rock’n’roll, con qualche spruzzata di goth: su tutte “About U”, e “Hardbody” che eccede sconfinando addirittura nel metal inizialmente, per poi rivelare un insospettabile finale melodico-cyber. Graziosa la coppia “Long Walk”-”Lonely Walk”, su cui l’album punta molto, unite da un mood malinconico in cui è interessante trovare l’idea d’un riff sperimentale a sorreggere la prima, e lo space-rock distorto della seconda. Ottimo finale si dimostra “Until I’ve Been Forgotten”, umile nel lavoro chitarristico melodico di sostrato che invisibilmente lavora ad accrescere l’evidente veste elettronica, che riesce ad esprimere quell’ironico distacco, quella malinconica ed ispirata degenerazione che ha reso celebre Brian Warner.
Con questo full length i tedeschi hanno indovinato molte cose, hanno messo a segno forse il loro debutto internazionale, con un prodotto decisamente sopra l’interminabile lista di gruppetti wannabe alternative. Se possibile, è stata proprio la matrice teutonica ad aggiungere all’hard rock industrial una vena più sentimentale, caratteristica risultata vincente ed in grado di renderli unici a modo loro. Rimane solo l’aspettativa per un’ulteriore maturazione.

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