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Das Wunderkammer

Certo i tempi di “Siete Caldi? Bene, ànchio!” sono lontani da quel “Thak God my father is italian” che la voce roca di una Madonna influenzata ha proferito la scorsa sera a Milano. E certo, anche le performance del Confessions Tour prendono le distanze dalle non-provocazioni offerte a San Siro e alle sue zanzare. Un concerto di Madonna, però, resta comunque un evento. Non per sentirla cantare, perché l’impressione è che di fatto non lo stesse facendo. Non per sentirla suonare, perché le sue Gibson sono evidenti armi erotiche più che strumenti musicali. Piuttosto, per vederla domare il pubblico, il palco e i suoi ballerini. Per ammirare le acrobazie circensi del suo entourage. E, ancora, per rimanere stupiti davanti alla potenza di un fenomeno che sempre meno ha a che fare con la musica.

Il copione è scritto e lo spettacolo ha ormai già fatto il giro del mondo, ma lo stadio Meazza ribolle ugualmente di tutti i corpi che lo pongono sotto assedio. Il pubblico, eterogeneo ma composto, freme, lasciandosi incredibilmente andare al ritmo della musica suonata da Paul Oakenfold, il dj che ha avuto l’onore e l’onere di aprire le danze. E quando lui finisce, gli astanti attendono impazienti che sia lei a farli ballare di nuovo.

E così è, anche se Madonna si fa attendere forse un po’ troppo. Giusto il tempo che il sole sia tramontato del tutto. Le luci si spengono e lei entra sul palco a cavalcioni di un trono e sulla cresta delle note di “Candy Shop”, adagiata sul ticchettio di “4 Minutes”, ticchettio che diventerà il leitmotiv della serata, il sottofondo perenne a tutti i brani di “Hard Candy” fino a quando lo scherzo finisce e il faccione di Timbaland appare sui maxi schermi, seguito dalla figura virtuale di Timberlake e da “4 Minutes” in versione integrale.

La scaletta è densa e i brani incalzano. Il tempo scorre veloce e quando Madonna abbandona il palco per affrontare i cambi di costume, lasciando il pubblico in balia di registrazioni e coreografie, quasi quasi non ce ne si accorge nemmeno che lei non sia più lì. Le hit del momento, da “She’s Not Me” a “Music” a “Miles Away”, si alternano ai singoli del passato, da “Human Nature” a “Like A Prayer” a “Dress You Up”. Niente “Papa Don’t Preach”. Niente “Like A Virgin”. E per di più, niente davvero sembra essere come una volta. Perché le basi techno dance che accompagnano tutti i brani degli anni ottanta e novanta trasformano definitivamente San Siro in una discoteca delle più truzze.

Tutto, insomma, procede nel più ordinario dei modi, con tanto di bacio saffico. E a rallegrare l’atmosfera ci pensano i gitani invitati sul palco per supportare “Spanish Lessons”, che danno una mano anche con “Miles Away” e “La Isla Bonita” e chiudono la loro comparsata con uno spettacolo da solisti.

Non poteva mancare poi l’omaggio a Michael Jackson, affrontato in modo decisamente dignitoso grazie all’incursione sul palco del ballerino Kento Mori in versione Moonwalker. Omaggiato anche Keith Haring, al quale è dedicata la scenografia di “Get Into The Groove”. Mentre la voglia di cambiare il mondo viene esplicitata da Madonna attraverso “Get Stupid”.

Lo spettacolo si chiude con Madonna e il suo pubblico in trance per “Give It To Me”. Dopo, finisce tutto: Game Over. E sulle note di “Don’t Stop ‘Till You Get Enough” lo stadio si svuota. Nessun bis. Perché Madonna, come Paganini, non ripete. O perché, forse, sono già le 11:15 e la cena al Gold con Dolce, Gabbana e Jesus, il suo baby fidanzato, è la nuova priorità.

“Candy Shop”
“Beat Goes On”
“Human Nature”
“Vogue”
“Die Another Day”
“Into The Groove”
“Holiday”
“Dress You Up”
“She’s Not Me”
“Music”
“Here Comes The Rain Again” (remix)
“Devil Wouldn’t Recognize You”
“Spanish Lessons”
“Miles Away”
“La isla Bonita”
“You Must Love Me”
“Get Stupid?”
“4 Minutes”
“Like A Prayer”
“Frozen”
“Ray Of Light”
“Give It To Me”

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