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Daughn do it

Sono le dieci e mezza passate e i tavoli del Tambourine sono gremiti di hipster, radical chic coi calici di vino rosso in mano e vecchiardi incuriositi dal nome della serata: Daughn Gibson.
L’omone di Carlisle arriva sul palco passando dall’ingresso del locale insieme al chitarrista e al batterista, s’attacca al microfono e saluta la sala con un “It’s supper time” ridacchiato.

Il primo pezzo ad essere eseguito è “Lookin’ Back on ’99”, estratto dall’album di debutto “All Hell” del 2012. Pochi lo conoscono, ma le facce si fanno interessate e l’applauso ripaga la bravura del trio. Seguono i più noti “You Don’t Fade” e “Phantom Rider”, figli dell’ultimo disco “Me Moan”.
Daughn è spavaldo, un animale da palcoscenico che lancia occhiate d’intesa al pubblico e ogni tanto indica anche qualche persona (su “Dandelions”, di cui durante l’intervista gli avevo parlato come uno dei miei brani preferiti, punta il dito verso di me proprio all’incipit- e un po’ muoio dentro).

L’applausometro conta maggiore consenso di canzone in canzone, fino a quando, andati i tre nel backstage, l’audience non inizia addirittura a battere le mani sui tavoli per richiamare la band. Daughn torna tutto contento, fa un altro paio di tracce- una è la rarissima “Lite Me Up”, contenuta solo nel 7”- e saluta di nuovo.
Il pubblico non ne ha abbastanza e lo chiama indietro una seconda volta: tra sorrisi e scherzoni da vecchi amici, il trio si butta in “The Sound Of Law” e conclude la serata.

Se non avete mai provato l’esperienza, Gibson vi aspetta.

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