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  • Daughn Gibson: Carnation, la recensione

    Sub Pop / none

    Data di uscita: 02-06-2015

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Solo tre anni fa un giovane da-poco-non-più-batterista-dei-Pearls-and-Brass, proveniente dalla Pennsylvania, debuttò con l’album rigorosamente solista “All Hell” sotto l’etichetta americana alternativa per eccellenza, la Sub Pop. Il disco ammaliò il pubblico e creò il mito di una voce baritonale d’altri tempi, immersa in atmosfere country e fortemente blues dove campionamenti elettronici se la trottavano alla grande: Daughn Gibson, all’anagrafe Josh Martin, classe 1981.

L’anno seguente l’esordio fu il turno di “Me Moan”, secondo LP che riscosse all’incirca altrettanto successo (trovate qui la nostra recensione), sempre marchiato dalla label di Seattle, e quest’anno è la volta di “Carnation”, terzo e per ora ultimo disco del musicista di Carlisle. Si tratta, come il lavoro precedente, di un insieme di tracce (undici, per la precisione) nate dalla collaborazione con altri colleghi del settore musicale, tra cui spiccano Steve Moore degli Earth e il produttore dei Sunn O)))  Randall Dunn.

Dal punto di vista tecnico non si può dire alcunché: l’album suona bene abbestia e rende l’impianto sonoro a modino. Il vero problema è insito forse nella mente di Daugh medesimo, il quale, durante l’ascolto, sembra non avere la piena consapevolezza di che diamine stia accadendo intorno a lui. L’apertura “Bled To Death” ci riporta ai paesaggi nostalgici e western alla Ennio Morricone, con la dolcezza dei sample vocali e il calore della voce del frontman, e riesce a catturare con parecchia sapienza l’attenzione dell’uditorio; eppure, già dal pezzo successivo, “Heaven You Better Come In”, si percepisce la quasi totale mancanza di un’imposizione di forza in grado di portare a termine da lì in avanti l’impresa.

Le liriche di “Carnation” peccano di superficialità e minima pregnanza (salvo “Daddy I Cut My Hair”, che parla di un ragazzo fuggito da un ospedale psichiatrico), a differenza dei testi-storie caratterizzanti “All Hell” e “Me Moan”, talmente ben plasmati e densi di umanità da rimanere impressi nella mente.

Insomma, pare che Martin abbia voluto creare qualcosa di nuovo e al contempo eccessivamente lontano dai suoi canoni, magari per accontentare un’ipotetica domanda esterna, ma così facendo ha sacrificato quella magica, nera perfezione di cui erano imbevute le canzoni partorite nel vicino passato. Diciamolo chiaramente: questa è la triste sorte di chi finisce per negare la propria (unica e forte) personalità.

Pro

Contro

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