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Daughn Gibson, il gigante a cui piace “Breaking Bad”

Daugh Gibson è il gigante buono di Carlisle e ha da poco pubblicato il suo ultimo lavoro, “Me Moan”.
Settimana scorsa l’abbiamo incontrato in occasione del suo primo live in Italia, all’Arci Tambourine di Seregno, dopo una pizza e un bicchiere di vino.
Ecco il frutto della nostra (bella) chiacchierata.

 

Innanzitutto, prima di intraprendere la carriera di musicista guidavi camion. Quand’è che c’è stato il grande cambiamento?
Ho iniziato a fare musica fin da ragazzino, stavo in molte band e sai, quando hai a che fare con gruppi e vai in tour ti capitano cose random. Sì, facevo il camionista e intanto suonavo la batteria, non avevo mai provato a cantare prima.

E come ti sei accorto di avere questa voce così particolare?
Diciamo che è stato un caso assoluto: stavo scrivendo delle canzoni, mi sono avvicinato al microfono e sono partito a cantare. Lì ho realizzato che avevo una voce (ride) e ho continuato a coltivarla. Come la maggior parte delle cose, è avvenuto tutto casualmente.

Quali sono i dischi o comunque gli artisti che ti hanno segnato?

Ce ne sono tantissimi… Sono cresciuto con i Black Sabbath, i Led Zeppelin, i Metallica (ride), i Guns’n’Roses. Non so se ne abbiate mai sentito parlare, forse non c’eravate ancora, ma su MTV c’era “Headbangers Ball” ed era soltanto heavy metal, trasmesso a mezzanotte. Quando ero piccolo uscivo di nascosto dalla mia camera e andavo ad accendere la tv per seguirlo. (a bassa voce) “Cos’è questa cosa? Fighissimo, vado a comprarmi il disco” (ride).
Poi ho iniziato a darmi al punk e all’hardcore, ci sono così tanti gruppi che ho amato in quegli anni. Ma per la musica che faccio ora nomino Waylon Jennings, che è un artista country, Tom T. Hall e Dwight Yoakam. Questi sono i tre grandi nomi.

Potresti dare una definizione del tuo genere, visto il tuo eclettismo?
Ti dico, a me piacciono la techno e la musica country. Dipende sempre dalla situazione (ride).
Se sto andando in bicicletta ascolto solo techno, nient’altro; se sto facendo jogging ascolto gli Slayer, se invece sto guidando ascolto la country.
Dipende tutto dalla cornice che mi circonda.

Bene!
Il tuo primo disco, “All Hell” del 2012, contiene una traccia che a me è piaciuta parecchio, ovvero “Dandelions”. Cosa puoi dirmi a riguardo?

Quella canzone mi son messo a scriverla e l’ho finita in poco tempo, un’ora circa. Lo volevo fare perché era sì, divertente, ma anche molto sentita e sincera. Ho sempre un senso di urgenza quando scrivo i pezzi, voglio fare le cose e buttarmici dentro. Se sono con qualcuno di pigro tendo sempre a incitarlo, a dire “Dai, alzati! Facciamo qualcosa” (ride). Questo è il messaggio di “Dandelions”, anche se suona un po’ stupido (ridacchia). Devi metterti sulla mia stessa lunghezza d’onda e muoverti con me, se vuoi che andiamo d’accordo. Questo è quanto, so che può sembrare ridicolo (ride).

No, macché ridicolo. Hai avuto le tue buone ragioni per farlo.
Mentre il tuo ultimo disco, “Me Moan”, mi ha fatto venire dubbi sul titolo. Com’è nato?

Mi piaceva l’idea di un cavernicolo prima della civilizzazione, che avesse un senso di coscienza sporca; insomma, prova a immaginarti qualcuno del diecimila a.C. che si sente male per qualcosa, quando si lamenta e cerca di far uscire il male dal petto fa “me moan”. Non è inglese, propriamente, è più un suono da uomo di Neanderthal. Mi piaceva la combinazione: è un po’ esotica e al contempo erotica.

Cosa puoi dirmi dell’apertura, “The Sound Of Law”?
Quella canzone è un inno all’esprimere se stessi. Se ti senti di commettere un crimine, devi farlo e basta; è un incitamento a fare qualsiasi cosa ti venga voglia di fare, anche se è contro la legge. Lo so, suona terribile, ma a volte, a seconda del crimine commesso, ammiro i criminali, non per quanto hanno compiuto, ma perché hanno l’abilità di farlo, senza che gli interessi l’opinione della società o la morale.
Fai quello che ti senti di fare.

E di “Franco”?

Si tratta di un padre il cui figlio si è suicidato e cerca di consolare la madre e di tirarla fuori dal dramma della perdita del figlio. Lei è molto triste e lui, come recita la canzone, dice “We can sort a new life, we can move away”, “non dobbiamo più guardare le videocassette di nostro figlio, possiamo andare avanti”.

L’hai presa da una storia vera, da qualcuno di tua conoscenza?
No, mi sono messo nei panni di qualcuno che avesse vissuto questa vicenda, che sicuramente è qualcosa che capita tutti i giorni. Mi sono immaginato come potesse sentirsi qualcuno a cui fosse successo, in quella circostanza. Ecco perché è stato difficile scriverla e registrarla, come canzone; per me, almeno, perché cercavo di provare empatia per il personaggio e finivo con il commuovermi per la cosa.

La suonerai stasera?
No! Non mi va di piangere né di far piangere voi (risata generale).
Ho cantato quella canzone nello studio e il tecnico doveva continuare a fermarsi perché gli dicevo “Ti prego, basta” lamentandomi (ride). Lo so che sembra ridicolo pure questo, ma è così. Fare musica dovrebbe essere proprio un’operazione di catarsi, se hai qualcosa dentro devi portarla avanti, non importa che ti susciti rabbia, tristezza o altri sentimenti.

Qual è il feedback che hai ottenuto negli Stati Uniti con il tuo ultimo disco?
Da quanto ho visto è un mix di amore e odio, che io penso sia una cosa positiva la maggior parte delle volte. Se la gente odia ciò che fai alla fine è un bene, perché se nessuno ha qualcosa da ridire sul tuo operato ci dev’essere qualcosa che non va. Vuol dire che sei piatto, mentre invece dovresti spingere: se qualcuno ti dà dei soldi per far qualcosa di tuo, tu dovresti plasmare un qualcosa di autentico e personale, che si fonda con te. Se nessuno odia questa tua creatura, allora significa che sei una persona noiosa.

Questa è la mia giustificazione per quando vengo odiato (ride). Credo ciecamente al fatto che la gente che ammiro di più in qualche modo sia stata odiata; per esempio Pasolini- è uno dei miei registi preferiti, se non IL preferito in assoluto-, è stato addirittura ucciso, a causa del suo messaggio e della sua arte, probabilmente.

Tu però non vuoi fare la sua fine, vero?
(ride) No, direi di no, non voglio così tanto odio. Non voglio morire per questo.

Visto che hai nominato Pasolini, c’è qualcosa di cinematografico o anche televisivo che ti abbia ispirato recentemente? Tipo: parlano tutti di “Breaking Bad”, a te piace?
Oh sì, tantissimo! Qualcosa di incredibile direi. Ho fatto delle registrazioni a Chicago e l’ingegnere del suono mixava in una stanza e poi veniva da me per farmi ascoltare ed eventualmente editare. Ogni tanto ero lì, con il mio computer, a lavorare su una canzone, e mi mettevo a guardare “Breaking Bad” su iTunes, con le cuffie.
Io stavo al computer e la porta dello studio era esattamente davanti a me, quindi il tecnico quando entrava mi chiedeva “Allora, come va?” e io “Ah sì, perfetto! La canzone è così ben riuscita!”, mentre in realtà stavo guardando un episodio di “Breaking Bad” (risate). Cioè, stavo facendo finta di lavorare sul mio stesso disco, cose da pazzi!
Insomma, una droga: ho visto dalla prima all’ultima stagione in pochissimo tempo, delle secchiate di episodi. E sai cosa? Penso sia stata una strana ispirazione per “The Sound Of Law”, perché si parla di un uomo che non ha nulla da perdere.

“Ho il cancro, posso fare quello che mi pare”.
Esatto! Proprio quel sentimento spinge tutto (ride).

Adesso che sei un musicista e giri per il globo, qual è la parte che preferisci del mestiere?

Oddio, bella domanda. Venire in Europa penso sia stato il meglio e venire in Italia ancora più bello. Così tanto bello che se avessi perso diecimila dollari per fare tutto questo, ne sarebbe valsa la pena. Vai in tour e vedi un posto diverso ogni giorno, un nuovo paesaggio, una nuova cornice, nuove facce, nuovo cibo… È difficile tornarsene a casa e dimenticare. La cosa migliore del mio lavoro quindi è l’avere una costante affermazione della vita in circostanze totalmente diverse tra loro. Ogni giorno.

L’ultima domanda è politica.
Mhm… (ridacchia)

Preparati psicologicamente.
Che ne pensi della situazione attuale degli Stati Uniti?

(prende un respiro) Sto cercando di equilibrare i miei pensieri per darti una risposta. Ora come ora vediamo un segno di quanto sia disfunzionale il sistema dei governi in tutto il mondo. Alla fine sono tutti legati insieme da un’unica cosa: il denaro. È quasi impossibile muoversi senza smuovere qualcun altro, bisogna sempre tenere in conto il consenso degli altri.
Penso che il nostro governo statunitense adesso sia così legato all’economia e l’economia a sua volta legata a come si comporta il mondo, che queste persone sono spacciate. Odio dirlo, ma finché ci sarà un governo “mondiale”, le cose saranno sempre difficili.
L’Europa è incasinata, vero, perché tutto ruota intorno all’euro: la Grecia ha problemi…

Anche l’Italia…
Eh già! So che avete grandi problematiche legate alla politica, so che è così da almeno vent’anni.

Berlusconi ti dice qualcosa?
Oh sì, penso che a nessuno piaccia, giusto?

Ehm, in realtà c’è sempre qualcuno che poi lo vota, ha consensi.

C’era anche un altro tizio di cui ho sentito parlare, un comico…

Beppe Grillo?

Sì ecco, lui. Non è stato eletto, no?

No, ma è sostenuto da molte persone.
Quindi immagino sia un problema grosso se queste sono le scelte che avete a disposizione… Chi vota per lo strambo clown (risate).
Vi auguro che le cose vadano meglio, prima o poi, ma so che non succederà presto, per niente.
Scusami, è stata una risposta lunga, non volevo.

Tutto a posto.
Vuoi dire qualcosa di positivo per chiudere, tipo che ti piacciono gli unicorni?

(ride) No, direi che va bene così. In fondo ho sorriso e riso per tutta l’intervista, questo basta come positività.

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