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David Cronenberg: Al di là del principio del piacere

Prendete un qualunque personaggio di Cronenberg e mettetelo in una situazione di tranquillità o anche di relativa felicità. State certi che, nel giro di una mezz’ora, il nostro eroe avrà trovato un sistema, di solito assai creativo, per autodistruggersi.

Utilizzando sapientemente i canoni dei film horror e di fantascienza, Cronenberg dà il via a riflessioni su tematiche importanti, come i pericoli delle sperimentazioni cliniche, l’invadenza dei media, la manipolazione del corpo e, soprattutto, l’istinto distruttivo dell’uomo. È per questo che, contrariamente a quanto avviene di solito nei film del genere, la minaccia che incombe sui personaggi non mai è rapprensentata da un’entità demoniaca, un’invasione aliena, uragani o meteoriti, ma quasi sempre da loro stessi.

Il futuro prosimo venturo viene disegnato come un incubo provocato dall’ingordigia, quando invece – sembra suggerire Cronenberg almeno nei primi film – l’umanità potrebbero vivere discretamente, se solo imparasse a tenere a bada la voglia di primeggiare, sui propri simili e sulla natura.

Bersaglio privilegiato è la scienza, che pecca d’orgoglio provocando terribili epidemie (in “Shivers”,1975, e in “Rabid”,1977) e diventa ancora più distruttiva quando incontra il lato peggiore dell’uomo (in “Brood”, 1979, l’ira di una donna genera – letteralmente – mostri, mentre in “Scanners”, 1981, e in “Videodrome”, la tecnologia viene usata per annullare la volontà altrui). Non scampa alla rovina nemmeno chi supera i limiti umani armato delle migliori intenzioni: Seth paga la sua innocente curiosità trasformandosi in un orrendo insetto (“La Mosca”, 1986), e il povero Johnny non ha alcuna responsabilità per i poteri – forse di origine divina – che lo condurranno alla morte (“La Zona Morta”, 1983).

Quando, alla fine degli anni ’80, Cronenberg abbandona quasi del tutto la fantascienza a favore di storie più realistiche – anche se raccontate con il solito stile visionario – il suo pessimismo, se possibile, peggiora: i rapporti umani, giudicati menzogneri e sbilanciati per natura, sono descritti come una guerra in cui qualcuno vince e qualcuno perde (“M. Butterfly”, 1993) o in cui perdono tutti (“Inseparabili”, 1988). E i suoi incontentabili personaggi cercano un inutile rifugio nelle droghe (“Il Pasto Nudo”, 1991), nella sfida alla morte (“Crash”, 1996) o in mondi artificiali (“eXistenz”, 1999).

Negli ultimi film, “Spider” (2002) e “A History Of Violence” (2005) in particolare, ogni precedente giustificazione cade: non sono epidemie, radiazioni cancerogene o stupefacenti a scatenare l’istinto omicida, ma la semplice, egoista, natura umana, pronta a scatenarsi – anche in un bambino introverso o un traquillo padre di famiglia – al minimo accenno di pericolo.

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