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David Lynch al Lucca Film Festival 2014

La decima edizione del Lucca Film Festival (28 settembre – 3 ottobre) ha fatto parlare di sé sia per l’affluenza di pubblico sia per l’ospite che ha richiamato buona parte degli spettatori: David Lynch.

Il geniale regista americano è stato infatti protagonista assoluto del Festival, che gli ha dedicato mostre, esposizioni e un’estesa retrospettiva. In più lo stesso Lynch ha partecipato alle conferenze che si sono svolte nel fine settimana: la prima di queste, sulla meditazione trascendentale, ha alternato gli interventi di John Hagelin, presidente della David Lynch Foundation, e Pietro Pietrini, docente di psichiatria dell’Università di Pisa. Si è parlato degli effetti psico-sociali di questa disciplina e di come essa valorizzi i processi creativi. La meditazione è praticata da tempo dallo stesso Lynch («da 41 anni», come ha tenuto a precisare) che si impegna a diffonderla attraverso la David Lynch Foundation, divulgando queste pratiche meditative a scopo formativo.

Lynch ha risposto a diverse domande sulla meditazione, toccando solo marginalmente la sua attività di cineasta; nondimeno il pubblico, composto per lo più da estimatori e cinefili, ha mostrato interesse per l’argomento, venendo ricambiato dallo humour sottile del regista e dalla sua disponibilità a lasciare autografi e selfie una volta finita la discussione.

Al termine della conferenza, si è tenuto un concerto di musiche tratte dalle opere del regista: i più fortunati hanno potuto seguirlo all’interno della chiesa di San Francesco, mentre chi non ha fatto in tempo ad accaparrarsi i biglietti – gratuiti – dell’evento ha potuto comunque seguire la musica dalla piazza antistante con l’aiuto di un maxi-schermo. L’orchestra ha toccato tutte le tracce più conosciute della filmografia del regista, uno spettacolo suggestivo ed emozionante che è culminato con la musica probabilmente più conosciuta e amata da tutti, la sigla di “Twin Peaks” composta da Angelo Badalamenti, accolta da un lungo applauso della folla sia all’interno che all’esterno della chiesa.

La mattina dopo, l’appuntamento è di nuovo in chiesa per la lezione/conversazione di cinema con David Lynch; prevedibilmente, per potervi assistere si è accalcata una folla più numerosa del previsto, che in parte è dovuta restare fuori nonostante l’ampia capienza della sala.

In che modo inizia a creare?
Parto sempre da un’idea, un’idea così convincente da innamorarmene. È molto importante credere nelle proprie idee: bisogna capire quando non sono buone ma allo stesso modo bisogna portare avanti quelle in cui si crede veramente, pretendendo sempre e comunque il “final cut”, l’ultima parola sul processo creativo.

I suoi ultimi film sono molto più complessi da interpretare rispetto ai primi. Potrebbe dirci se presentano effettivamente una trama, una storia? Ed è vero che ha girato “Inland Empire” senza una vera e propria sceneggiatura?
Mi lascio guidare spesso dall’istinto nei miei lavori, attendo di ricevere ispirazione da ciò che mi capita di osservare. Per “Inland Empire” ho pensato inizialmente solo a tre scene irrelate, semplicemente perché il loro contenuto mi ispirava; è in un secondo momento che delle nuove idee hanno poi messo in relazione le tre scene. Nei miei ultimi film la storia e la trama sono presenti, e a me risultano ben chiare. Però i film presentano anche molto materiale astratto, costituito da intuizioni e impressioni del momento che ho deciso di rappresentare sfruttando le peculiarità del cinema, che permette di andare avanti e indietro nel tempo e di dar corpo a idee appassionanti. È su questo che ho concentrato i miei ultimi lavori: idee su cui ho preteso il “final cut” per preservarne l’intima coerenza.

Dato che nella costruzione dei suoi film si lascia spesso guidare dall’istinto, usa lo stesso procedimento anche per le musiche?
Angelo Badalamenti (suo compositore di sempre, ndr) inizialmente componeva le musiche in modo tradizionale, partendo dalla scena a cui dovevano essere associate. In seguito però abbiamo iniziato a lavorare in maniera diversa: le musiche venivano scritte senza alcuna scena di riferimento, finché non le legavamo a sequenze percepite come affini; in tal modo è la loro interazione complessiva a prevalere sulle singole componenti.

Tra tutti i suoi film, ce n’è uno che presenti un personaggio in cui si riconosce maggiormente, una sorta di alter ego?
No, nessun personaggio assomiglia a me. I miei film devono essere considerati nella loro individualità, perché quando scelgo un personaggio, un luogo o una situazione lo faccio sempre in riferimento alle necessità del momento, perché funzionano in quelle condizioni.

Ha qualche artista che l’ha influenzata più di altri?
In verità non seguo molto i film o i quadri che vengono prodotti in giro per il mondo. Al massimo se mi capita di vedere qualcosa di veramente bello, a quel punto lascio che mi ispiri e lo faccio rielaborare dalla mia immaginazione. Posso dire che Philadelphia mi ha ispirato più spesso di altri soggetti: l’aria di decadenza e corruzione così tipiche di questa città hanno avuto e hanno tuttora grande presa sulla sua immaginazione.

Con questa e altre domande si è conclusa la lectio di David Lynch: punteggiata d’ironia e vecchie reticenze all’indirizzo delle domande più concettuali, con il ricordo degli attori Jack Nance e Richard Farnsworth, con il progetto abbandonato di adattare le Metamorfosi di Kafka e a favore di un cinema istintivo e libero da coercizioni produttive; un degno preambolo per la cerimonia serale in cui il regista è stato insignito del premio alla carriera, e un ottimo inizio per le proiezioni della sua retrospettiva.

Altrettanto degna di nota è stata la decisione di mantenere l’accesso libero a tutti questi eventi, in modo che anche i non addetti ai lavori potessero assistere a conferenze di tale risonanza mediatica e culturale. Reduce da tanti e tali stimoli ho lasciato la bella città toscana con una nota di tristezza, nella speranza che il grande regista di Missoula decida al più presto di concederci una nuova visita.

[Foto: © Lucca Film Festival]
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