Home > Rubriche > Ritratti > David Lynch: Magnifico outsider

David Lynch: Magnifico outsider

David Keith Lynch nasce a Missoula, nello stato del Montana, il 20 gennaio 1946 da Donald e Sunny Lynch. Per ragioni legate alla professione del padre, ricercatore per il ministero dell’Agricoltura, la famiglia Lynch vive una vita seminomade, cambiando spesso città e Stato. Durante i primi quattordici anni della vita di David i traslochi sono ben cinque, durante i quali nascono i fratelli di David: John e Martha.

L’infanzia passa tra l’esperienza degli eagle scout e i primi contatti col disegno e la pittura. L’incontro con il pittore Bushnell Keeler, padre di un suo amico, convince David sulla legittimità della professione di pittore. Proprio su suggerimento di Keeler, il giovane Lynch, studente poco brillante più per noia che per scarsa intelligenza, si iscrive nel 1964 ad un corso a tempo pieno alla Boston Museum School. Il progetto di un viaggio di tre anni in Europa con l’amico Jack Fisk per andare a studiare con Kokoschka fa abbandonare il corso a David, ma dopo quindici giorni, nonostante una lettera di presentazione e molte buone intenzioni, i due sono di nuovo in Virginia. La famiglia di David si è intanto trasferita in California e gli ha tagliato i fondi, destinati al mantenimento degli studi abbandonati per andare in Europa.

David si trasferisce così da Bushnell Keeler, ma già nel 1965 è a Philadelphia, iscritto ai corsi della Pennsylvania Academy of Fine Arts. Nel 1967 sposa una sua compagna di corso, Peggy Reavey, e dopo un solo anno dalla loro unione nasce Jennifer.
Il repentino mutamento della vita di David si riflette nella sua produzione pittorica di quel periodo, in cui i colori vividi cedono il posto a tele scure, ossessive, inquietanti.

Le prime esperienze cinematografiche risalgono agli anni dell’Accademia.
Dall’idea di animare un quadro nasce nel 1966 “Six Men Gettin Sick”, presentato alla mostra cinematografica annuale dell’Accademia. Il cortometraggio viene presentato come un’installazione in cui una sequenza di fotogrammi ripresi singolarmente su pellicola 16mm, raffiguranti una figura che si muove, viene proiettata in loop su di uno schermo scolpito.
L’opera vince il primo premio e convince il facoltoso studente H. Barton Wasserman a commissionare una creazione simile a David, dietro il compenso anticipato di 1000 dollari.

Con i soldi, Lynch acquista una Bolex usata, e gira un corto, scoprendo però a sviluppo ultimato, che un difetto tecnico della cinepresa aveva vanificato l’intero lavoro. Con i soldi rimasti, e la benedizione di Wasserman, si impegna in una nuova opera, un corto di quattro minuti dal titolo “The Alphabet”.

“The Alphabet” diventa per David il biglietto da visita che gli consente di ottenere dall’American Film Institute un finanziamento di 5000 dollari, con cui realizzarà nel 1970 “The Grandmother”.
Durante quegli anni, nel negozio dove aveva comprato la sua prima cinepresa, il Photorama di Philadelphia, Lynch incontra Alan Splet, che diventerà collaboratore fisso del regista durante tutto l’arco della sua carriera, interrotta da un cancro nel 1995; carriera che lo vide riconosciuto da molti professionisti del settore come il miglior sound designer cinematografico del mondo.
Nel 1970 Lynch si trasferisce con moglie e figlia a Los Angeles, sede dell’ A.F.I. (American Film Institute), grazie all’interessamento dimostrato da uno dei suoi boss: Tony Vellani.
[PAGEBREAK] Al Conservatory dell’A.F.I., trova un ambiente ideale fatto di giornate divise tra la sala di proiezione e la scrittura. Una prima sceneggiatura dal titolo “Gardenback”, si arena sulla scrivania di un dirigente della Fox e all’inizio del secondo anno di corsi, Lynch viene assegnato ad una classe del primo anno. Questo contrattempo lo fa infuriare con i dirigenti della scuola, che per mantenerlo tra le loro fila gli promettono pieno sostegno per la realizzazione di un progetto a sua scelta. Lynch afferma di non voler girare “Gardenback”, ma piuttosto di voler realizzare “Eraserhead”.
La realizzazione del film si prolunga, per mancanza cronica di fondi, lungo un periodo di cinque anni, trovando la via delle sale solo nel 1976. Durante questi cinque anni i rapporti tra i componenti della troupe, peraltro veramente ridotta, si cementano tanto da poter affermare che il nucleo umano delle successive produzioni lynchiane, nonché della sua cerchia amicale e affettiva, nasce proprio durante la lavorazione di “Eraserhead”, e si costituisce soprattutto del terzetto Alan Splet, Catherine Coulson, Jack Nance.

Scartato dalla selezione per il festival di Cannes e per il New York Film Festival, “Eraserhead” approda al Filmex di Los Angeles, dove, nonostante critiche poco lusinghiere della stampa specializzata, ottiene qualche applauso, ma soprattutto viene notato e acquistato da Ben Barenholz, della Libra Films, che comincia a proiettarlo nel suo famoso Elgin Cinema a Brooklyn, luogo di nascita del fenomeno dei “midnight movie”, i film d’autore proiettatati in certe sale dalla mezzanotte in poi, mese dopo mese, senza lanci pubblicitari, per permettere al pubblico di conoscere pian piano le opere.

Durante la prima proiezione di mezzanotte al Nuart di Los Angeles, “Eraserhead” viene apprezzato da Stuart Cornfeld. giovane produttore esecutivo della neonata casa di produzione di Mel Brooks, la Brooksfilms. Cornfeld affermerà in seguito che il film gli fece un’enorme impressione e che pensò fosse la cosa migliore che avesse mai visto.
Sotto suo suggerimento, quindi, Mel Brooks decide di affidare al giovane David Lynch la realizzazione del film d’esordio della Brooksfilms: “The Elephant Man”, con soggetto tratto dal libro di Frederick Treves “The Elephant Man and Other Reminescences” (L’uomo elefante e altre memorie), e sceneggiatura di Chris de Vore ed Eric Bergren.
Brooks lotta tenacemente in fase di vendita per mantenere la versione stabilita dal regista, considerata inadeguata al pubblico da quasi tutti i responsabili della Paramount.
Il film ottiene un buon successo di pubblico e critica, garantendo a Lynch una notorietà che avrebbe attirato presto un grande progetto, dagli investimenti mastodontici.

Nel 1977 Lynch si unisce in matrimonio con Mary Fisk, a distanza di tre anni dal divorzio con Peggy Reavey.
Grazie al successo di “The Elephant Man” David viene contattato da Gorge Lucas e Francis Ford Coppola. Il primo gli propone la regia del terzo episodio della trilogia di “Guerre Stellari, Il ritorno dello Jedi”, ottenendo un rifiuto. Coppola vorrebbe invece produrlo con la sua Zoetrope, sicché Lynch gli sottopone l’idea di “Ronnie Rocket”, che gli frulla in testa già da qualche tempo. La Zoetrope fallisce però nel 1981 per l’insuccesso di Un “Sogno Lungo Un Giorno” e di “Ronnie Rocket” non se ne farà niente.
Nel 1983, il settimanale Figaro Magazine, commissiona a vari registi, tra cui Werner Herzog, Jean-Luc Godard, Luigi Comencini e lo stesso Lynch, una serie di cortometraggi, sul tema “La Francia vista da…”. Lynch realizza così un corto in video di 22′, in cui collabora per la prima volta con l’attore Harry Dean Stanton.

Dal 1983 al 1992 Lynch manterrà su alcuni settimanali della costa ovest degli Stati Uniti, tra cui Village Voice, Creative Loafing, L.A. Reader, una striscia dal titolo “The angriest dog in the world”. La striscia raffigura una situazione sempre uguale: un cane ringhiante legato ad un palo nel giardino di una comunissima villetta americana ed una finestra aperta sul lato visibile della casa da cui si sentono le conversazioni degli abitanti, l’unico elemento mutevole tra una striscia e l’altra. Le frasi che “escono” dalla finestra sono volutamente tanto sciocche e banali da essere fastidiose.
Sempre nel 1983, Mary Fisk partorisce Riley Lynch.
[PAGEBREAK] Mentre con Richard Roth, produttore di “Giulia” (“Julia”, 1977), si sta apprestando a lavorare su di un romanzo di Thomas Harris, quel “Red Dragon” che sarà invece Micheal Mann a trasformare in film con “Manhunter” (1986), Dino De Laurentis lo chiama e lo convince a realizzare un film tratto dal primo libro della esalogia di Frank Herbert “Dune”, dietro promessa di produrre, dopo “Dune”, un film a totale discrezione dello stesso Lynch.
La realizzazione, avvenuta in Messico presso Churubusco in contemporanea con il “Conan” di Richard Fleischer, dura tre anni e richiede risorse economiche e umane enormi, tanto da trasformarsi in un incubo per Lynch, abituato a ritmi e dimensioni di produzione molto diversi.

“Dune”, uscito nel 1984, si rivelerà un film lontano sia dalle aspettative di Lynch che da quelle della De Laurentis Entertainment Group, proprio per l’incompatibilità dei loro punti di vista e dei modi di fare cinema. La spesa finale di realizzazione di 45 milioni di dollari non viene neanche lontanamente coperta dai 27 milioni di dollari di incasso su territorio statunitense.
Nonostante l’esperienza negativa, è proprio De Laurentis a voler acquisire i diritti, in mano alla Warner, del successivo soggetto di Lynch: “Velluto Blu” (“Blue Velvet”). L’idea e le prime sceneggiature di “Velluto Blu”, risalgono al periodo immediatamente successivo all’uscita di “The Elephant Man”, ma è con l’ingresso di De Laurentis che il progetto prende seriamente il via. Non sorprende che per ottenere il final cut David Lynch abbia dovuto accettare un budget e un compenso nettamente inferiori non solo rispetto a quelli di “Dune”, ma anche agli standard hollywoodiani del periodo.

La situazione di assoluta libertà vissuta da Lynch durante la lavorazione di “Velluto Blu”, rinfrancano il suo spirito fino all’euforia, riportando alla luce temi e ossessioni abbandonati dai tempi di “Eraserhead”. La realizzazione della pellicola lo porrà inoltre in contatto con il compositore Angelo Badalamenti il cui apporto diventerà una costante per i successivi lavori del regista.
Il film esce nel 1986. Nonostante una partenza difficile, si dimostra un prodotto solido, capace di affascinare pubblici statunitensi ed europei e di riscattare in parte, anche davanti a Dino De Laurentis, il disastro di vendite di due anni prima.
Sarà Tony Krantz a far conoscere a David lo sceneggiatore televisivo Mark Frost, già apprezzato per la partecipazione al celeberrimo e innovativo serial “Hill Street Blues”.

La prima idea di “Twin Peaks” nasce in una tavola calda di Los Angeles, dove Lynch e Frost hanno la visione di “un corpo avviluppato nella plastica, gettato sulla sponda di un lago”.
I due propongono l’idea alla ABC, che commissiona una prima sceneggiatura e la realizzazione del pilot di “Twin Peaks”. Le proiezioni per la stampa suscitano reazioni entusiastiche, sicché la serie è in onda già dall’8 aprile del 1990.
Il successò è immediato negli Stati Uniti e diventerà planetario con l’esportazione della serie.

L’idillio dura però il tempo di una stagione. Già dalla seconda serie, infatti, il rapporto tra Lynch e l’ABC si incrina per divergenze di opinione circa l’opportunità di rivelare al più presto l’assassino di Laura Palmer, la cui morte è il motore primo dell’intera serie. Oltretutto la realizzazione di “Cuore Selvaggio” (“Wild At Heart”) impegna Lynch lontano dal set di “Twin Peaks”, di cui girerà solo 6 episodi e ne sceneggerà qualcuno di più. Il prodotto, lasciato nelle mani di Marc Frost, si allontana gradualmente, lungo l’arco della seconda serie, dall’impostazione tipicamente lynchiana dei primi episodi. Lo stesso Lynch lamenterà l’impossibilità di seguire entrambi i progetti nello stesso momento, essendosi accorto della discrepanza sempre maggiore tra la sua idea di Twin Peaks e ciò che vedeva realizzato.
Nonostante l’idea iniziale non prevedesse di terminare la serie dopo la seconda stagione, l’ABC non finanziò il prosieguo, decretando con la puntata n°29, diretta dallo stesso Lynch, la fine di “Twin Peaks”.

In questo periodo conosce e inizia a collaborare con Mary Sweeney, con la quale convivrà e da cui avrà un figlio, fino al matrimonio nel 2006 e all’immediato divorzio lo stesso anno.
Come già detto, durante le riprese della seconda serie di “Twin Peaks” Lynch era impegnato nella lavorazione di un nuovo film, tratto da un romanzo contemporaneo di Barry Gifford: “Wild at Heart: the Story of Lula and Sailor”. Con un budget di 9 milioni di dollari, Lynch comincia le riprese in gran fretta, il 9 agosto 1989, girando nei dintorni desertici di Los Angeles e a New Orleans.
I ruoli principali sono per Laura Dern e Nicolas Cage.
[PAGEBREAK] Il film viene presentato alla mostra del cinema di Cannes del 1990, dove vince la Palma d’Oro. Nonostante il riconoscimento, le reazioni di pubblico e critica sono controverse sicché soprattutto negli Stati Uniti, il film non riesce a ottenere il successo sperato.
Il periodo a cavallo tra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90 vede David impegnato in una frenetica attività. Tra il ’90 e il ’91 esce “American Chronicles”, serie di documentari di scarso successo prodotti dalla Lynch-Frost Productions; sempre della Lynch-Frost, tra il ’91 e il ’92 l’ABC trasmette tre dei sette episodi di “On The Air”, di cui due co-sceneggiati da Lynch; nel 1992 la HBO manda in onda “Hotel Room”, miniserie ambientata in una camera d’albergo, di cui Lynch ha diretto due delle tre puntate.

Accanto a cinema e televisione, si occupa anche di realizzare e mettere in scena uno spettacolo teatrale. Al Brooklyn Academy of Music, il 10 novembre 1989, all’interno del festival New Music America, viene inscenato “Industrial Symphony No. 1″, spettacolo dal vivo con musiche di Angelo Badalamenti, cantate da Julee Cruise, e scenografie di Lynch.
Infine, è proprio dalla fine degli anni ’80 che prende il via una serie di personali, tra gli Stati Uniti, la Spagna, il Giappone, che faranno conoscere le opere del Lynch pittore e fotografo.
Nel 1990, Francio Bouygues, magnate delle costruzioni e proprietario del canale televisivo francese TF1, crea la società di produzione cinematografica Ciby 2000 e, contattato Lynch, se lo assicura con un contratto per quattro film. Il primo film, girato in meno di un anno a partire dal settembre 1991, sarà “Fuoco Cammina Con Me” (“Twin Peaks – Fire Walk With Me”, 1991). A dispetto del successo che ottenne la serie in tutto il mondo, la reazione del pubblico di Cannes all’attesa proiezione del film è decisamente freddina. La critica non risparmia attacchi violenti al regista, contestato tanto duramente solo all’uscita di “Dune”, ma per motivi opposti: lì il guinzaglio troppo corto della mega-produzione, qui, l’eccessiva libertà tradottasi in caos.

Tanto svelta è la produzione di Fuoco cammina con me, quanto lenta quella del successivo “Strade perdute” (“Lost Highway”, 2000). Tratta dal romanzo di Barry Gifford “Gente Di Notte” (“Night People”), la sceneggiatura di “Strade Perdute” viene scritta da Lynch e dallo stesso Gifford e terminata nel marzo del 1995. Uscito nel 1996, il film non ottiene il successo commerciale ed è bersaglio di molte critiche e pochi elogi.
Nel 1999 esce “Una Storia Vera” (“The Straight Story”), scritto dalla moglie di Lynch, Mary Sweeney, e prodotto dalla Disney. L’accoglienza è sicuramente più calda del solito, ma anche lo stupore per il tema e lo svolgimento lontani dalle abitudini di Lynch.

Sempre nel 1999, Lynch è di nuovo negli uffici della ABC per discutere la realizzazione di una serie televisiva dal titolo Mulholland Drive e, in prima istanza, di un pilot. Difficoltà nell’accordo tra il regista e l’ABC fanno arenare il progetto. A questo punto Lynch, armato di un pilot di due ore, chiede e ottiene un finanziamento di sette milioni di dollari per girare un film a partire dal materiale già girato.
Il film esce nel 2001 col titolo “Mulholland Drive” (“Mulholland Dr.”, 2001) e presto guadagna numerosi consensi di pubblico e critica. Oltre al successo commerciale, infatti, la pellicola garantisce a Lynch il premio alla regia al festival di Cannes del 2001, a pari merito con Joel Coen, e il premio Best Director, assegnato dalla New York Film Critics Association.

Tra il 2001 e il 2006, compaiono sul suo sito internet www.davidlynch.com alcuni lavori, tra cui gli otto episodi della serie animata Dumbland, tematiche crude disegnate in modo essenziale alla maniera di “The angriest dog in the world”, l’esperimento in Digital Video “Darkened Room”, e “Rabbits”, assurda soap opera recitata da conigli umanizzati.
Queste esperienze e molte altre dell’universo lynchiano confluiscono in “INLAND EMPIRE”, film uscito nel 2006 e ultima prova, finora, del regista statunitense. Presentato alla 64ma Mostra del cinema di Venezia, in occasione della consegna del Leone d’oro alla carriera allo stesso Lynch, “INLAND EMPIRE” segna il definitivo passaggio, a detta dell’autore, dalla pellicola al digitale.
Girato per la maggior parte in Polonia, il film ha diviso critica e pubblico, diventando oggetto comune di calorosi elogi e irritate stroncature.

Scroll To Top