Home > Report Live > Day 3 – Gli dei se ne vanno

Day 3 – Gli dei se ne vanno

E così eccoci anche arrivati al terzo nonché ultimo giorno di svolgimento del festival metal italiano per eccellenza.
Gli oramai consueti motivi di traffico ci consentono di arrivare al Parco Della Certosa di Collegno solo sul finire dell’esibizione dei Labyrinth, che salutano il pubblico e si congedano proprio nel momento in cui entriamo nella venue. Ci prepariamo pertanto ad assistere alla calata italica di Devin Townsend con la sua band: il talentuoso pazzoide canadese fa la sua entrata onstage in piena mise da turista crucco: canotta, bermuda e cappello da pescatore. Un vero guru del cattivo gusto. La cosa positiva è che almeno si è tagliato quei 4 capelli lunghi sui lati che gli davano un’aria clownesca. Come da tradizione inizia subito a bersagliare giocosamente il pubblico con epiteti sessualmente poco lusinghieri, ma sempre creando un clima di divertimento e proclamando amore per la vita, per la musica e per la gente. La sua roboante proposta attinge come sempre dall’industrial, dal thrash ed in genere dal metal più pesante ma senza mai perdere d’occhio la melodia soprattutto per quanto riguarda la sua ipnotica voce. La mimica di Devin mentre suona è talmente folle che ricorda da vicino il barbone impersonato nei tardi anni sessanta da Ian Anderson nei Jethro Tull, per quanto le due band siano nettamente agli antipodi in quanto a sonorità. Quando la mitica e conclusiva “Addicted” pone fine alla breve esibizione del quartetto, il pubblico ascolterebbe ancora volentieri qualche altro brano, ma si sa, il tempo e le scalette di questi eventi sono tiranni. Voto 7 ½.

Anvil: sullo stage B gli imperituri Lips e Robb Reiner, coadiuvati dal bassista Glenn Five propongono i vecchi successi della longeva band canadese. Sinceramente come per i Raven, si parla di una band appartenente ad un’altra epoca e lì rimasta non avendo necessità o capacità di rinnovarsi, e questo si sente anche dai suoni utilizzati dal vivo. Senza contare che già negli anni ’80 gli Anvil erano una band di secondo piano, ora tornati in auge solo grazie ad una certa vena revivalistica che spinge le nuove leve a riscoprire ciò che fu e che non sopravvisse al rinnovamento di fine anni ’80, nonché grazie anche ad un documentario che ne racconta le sventure sullo stile del film “This Is Spinal Tap”. Ma di tutto ciò la band se ne frega, on stage ce la mette tutta e diverte con il suo metal antico e senza pretese, pieno di carenze tecniche, ma sicuramente genuino e sincero. Pogo sfrenato sotto un sole impietoso e “Metal On Metal” ovviamente a chiudere le danze. Voto 6.

Van Canto: una burla? Già dal nome… comunque eccoci al cospetto di uno dei grandi misteri dell’industria discografica. I Neri Per Caso del metal sono 5 voci ed un batterista e propongono brani presi dai loro 3, dico 3, album. Ora la loro bravura vocale è sicuramente indiscutibile, ma gli assoli di chitarra fatti a voce per di più mimando la famosa air guitar degli adolescenti sono a dir poco ridicoli! Non è un caso e nemmeno stupisce che ci fosse gente piegata in due dal ridere.. Parte del pubblico pare comunque gradire la proposta della band tedesca, ma la maggior parte dell’audience snobba bellamente la band, utilizzando questo lasso di tempo per mangiare e ricaricare le batterie in vista di esibizioni ben più sostanziose. In chiusura una mortificante versione di “Master Of Puppets” dei Metallica. Voto 3.
[PAGEBREAK]

Chiamati all’ultimo momento per rimpiazzare i dimissionari Ratt, i leoni britannici Saxon propongono uno show di classe ad alto coinvolgimento. “Heavy Metal Thunder” da il via alla carrellata di successi interrotta solo da un brano tratto dal nuovo “Into The Labyrinth”, ovvero il singolo “Live To Rock”. Biff si diverte, coinvolge il pubblico, fa battutacce sull’assenza dei Ratt, incita i suoi compagni (soprattutto il chitarrista fondatore sempre schivo Paul Quinn) e soprattutto canta. Canta con una voce davvero in ottima forma e ben più performante che sui primitivi e fondamentali dischi che li resero famosi nei primissimi eighties. “Wheels Of Steel”, “20.000 Ft”, “Motorcycle Man”, “Princess Of The Night”, “Dogs Of War” accontentano tutti i presenti, soprattutto i biker in fervente attesa di Zio Lemmy. La conclusiva “Denim And Leather” costituisce poi un vero e proprio manifesto perfettamente in tono con la giornata odierna. Voto 8.

Attorno alle 5 e con un sole ancora molto caldo, ecco entrare in scena l’ex frontman degli Accept, Udo Dirkschneider con la sua storica band omonima o quasi (U.D.O.). La prima cosa da notare è il fenomenale chitarrista Jgor Gianola che con la sua Les Paul ci regala assoli davvero molto belli e funambolici. Il piccolo singer tedesco invece, a livello vocale risente in modo evidente del trascorrere degli anni e fa quel che può. A volte sembra un po’ Paperino, altre volte Vince Neil che in fondo è poi la stessa cosa. Ciò che non viene minimamente scalfito è la sua capacità di interazione col pubblico, come sempre rapito dalla sua presenza scenica e dalla sua immancabile tenuta mimetica. La title track dell’ultimo “Dominator” offre un ritratto di una band comunque in ottima forma. Immancabile qualche tributo all’ex band madre, quegli Accept che riuscirono ad infilare spudoratamente “Fur Elise” in quella “Metal Heart” puntualmente riproposta anche oggi e calorosamente accolta dai fan. Voto 6 ½.

Una grande ovazione dettata da una palpabile voglia di violenza accoglie i Cannibal Corpse, indubbiamente la band più brutale accolta dal festival nella sua edizione 2010. Fisher e compagni non deludono le aspettative offrendo un’esibizione brutale e massacrante, nonché di livello tecnico assolutamente sopra le righe. Ottimi suoni, doppia cassa letale ad opera di un inesauribile ed inumano Mazurkievicz ed un pogo annichilente che manda diversi fan provati al di la delle transenne con buona pace degli addetti alla security. Ovviamente in questo tipo di brutal death, soprattutto dal vivo, è arduo distinguere una canzone dall’altra, ma ai fan tutto ciò importa davvero poco, tutto ciò che è richiesto è che George Fisher continui a emettere gutturali e potentissimi urli al limite della licantropia e gli altri continuino a pestare come se gli avessero appena ucciso la madre! “Devoured By Vermin” forse il loro brano più conosciuto, puntualmente eseguito anche in questa sede. Voto 7.

Max Cavalera ed il suo gruppo, i Soulfly, vengono misteriosamente relegati ad esibirsi sul piccolo second stage ed ecco che la contenuta area ad esso dedicato viene letteralmente sommersa dal pubblico. Sinceramente vedere un personaggio del suo calibro confinato in un palco così ridotto come se fosse un’esordiente dispiace un po’, ma tant’è ed anche Max non sembra curarsi più di tanto di ciò. La band come al solito infarcisce di ritmi e richiami tribali la propria proposta decisamente hardcore ed ogni cd pubblicato viene omaggiato dalla scaletta. Come sempre peraltro “Refuse/Resist” ed in questo caso “Attitude” scelte come link alla ex-band del singer carioca, riscuotono consensi notevoli presso l’audience. Viene da chiedersi se avesse proposto “Arise” cosa sarebbe successo, vista la grande quantità di appassionati di thrash e death presente. Voto 6 ½
[PAGEBREAK]

Bullet For My Valentine: e qui il discorso si fa delicato… Questi 4 ragazzi inglesi rappresentano una delle nuove realtà del metal, una band giovane per fan giovani, avvezzi a sonorità metalcore ed affini. Ciò che spiazza è la fama di gruppo emo che per qualche oscuro motivo qualcuno ha loro affibbiato. Fama ampiamente supportata dalla tipologia di fan under 20 e con ciuffi improbabili accorsi in gran numero per vedere la band. Discorso delicato dicevamo in quanto la spaccatura tra i fan di suddetta band e di Motorhead o Cannibal Corpse è clamorosa e anche la posizione di rilievo in scaletta non aiuta di certo ad appianare tali differenze. Va peraltro precisato che i Bullet dal vivo sono davvero potenti e non sfigurano affatto come sonorità ed impatto. I vari brani sono musicalmente delle discrete bordate, con un cantato potente e melodico. Ciò non basta peraltro a quietare la stupidità di qualche povero cervello cotto dal sole che decide pertanto di bersagliare la band di oggetti ed insulti. Come è giusto, la band sfoggia in ogni caso professionalità e se ne frega dei decerebrati offrendo ai propri accoliti uno show di tutto rispetto nell’ora a propria disposizione. Voto 7.

Sono già le 21.40 circa quando Lemmy, Phil Campbell ed il funambolico ed imprevedibile Mikkey Dee fanno il loro trionfale ingresso sul palco del G.O.M. salutati da un entusiastico boato del numeroso pubblico. L’attesa è stata piuttosto lunga, ma Lemmy fa un po’ ciò che vuole e tutti lo perdonano. “We are Motörhead… finally… and we play rock n’roll!” precisa subito lo storico cantante/bassista con il suo rauco tono da simpatica carogna. Ed è subito festa. Tra le altre “Stay Clean”, “Metropolis” e “Going To Brazil”, inossidabili classici che la band non può non proporre. Qualche inconveniente tecnico è occorso al drumkit durante il set e Lemmy è parso lievemente a disagio nell’attesa o infastidito, ma una volta cambiato il rullante il treno Motorhead è ripartito per i suoi fan in adorazione. Ovviamente non ci sono state in assoluto sorprese nello svolgersi dello show. Non ci è stato nemmeno risparmiato il consueto noioso drum solo e non è mancato un finto finale prima della rentrèe per i consueti ovvi bis “Ace Of Spades” e “Overkill”. In un tripudio di fastidiosissimi feedback a questo punto lo show finisce davvero. Peraltro difficilmente qualcuno si aspetterebbe altrimenti. Voto 8.

Ed è proprio con l’esibizione del trio inglese che cala il sipario sull’edizione annuale della manifestazione più amata dai metallari italiani. Dubbi, gioie, delusioni, certezze, aspettative, sbronze e scottature solari come al solito sono presenti, ma il tarlo che inizia a mordicchiare è presente ed inevitabile: che il Gods Of Metal sia agonizzante ed in procinto di raggiungere nel paradiso dei festival quel suo illustre predecessore che fu il Monsters Of Rock? Il paragone con le folle oceaniche, di qualche anno fa, i nomi di richiamo (peraltro spesso sempre i soliti, ma comunque grossi), le venue nettamente più capienti ecc. salta inevitabilmente all’occhio ed un po’ preoccupa. Va comunque assolutamente precisato come l’organizzazione di quest’anno nel contesto del Colonia Sonora fosse di alto livello, con buona varietà di servizi e cibo presenti, servizio di sicurezza ben organizzato ed efficiente, prezzi abbastanza accessibili e impianti sonori veramente all’altezza, in grado di offrire prestazioni godibili e comprensibili. Ci vediamo l’anno prossimo. Rock on!

Scroll To Top