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  • De/Vision: Subkutan

    De/Vision

    Data di uscita: 04-01-2006

    Loudvision:
    Lettori:

Depeche-clone sintetici in salsa lounge

Il duo (ex-trio, dalla dipartita di Markus nel 2000) teutonico ha alle spalle quasi quindici anni di carriera. Approdato ad un’etichetta come la Drakkar, ancora non riesce a liberarsi completamente del feeling Depeche-Clone, sebbene il risultato di “Subkutan” sia comunque quello di rendere individuabile una personalità del gruppo. E la proposta electro-pop risulta per certi versi molto più commerciale di quella di Gahan/Gore, vuoi per la totale assenza di chitarre o strumenti reali, vuoi per l’assoluta fiducia riposta nell’elettronica e negli arrangiamenti per dar vita a canzoni easy con un tocco d’avanguardia.
Ci sono episodi come l’opener “Subtronic”, in cui il consueto tappeto ritmico elettronico scorre così velocemente da sembrare semplicemente una proposta danzereccia, lontana da propositi evocativi; il titolo si spiegherebbe così per le sinuose pulsazioni elettriche (bassi pompati, ritmi regolari ed incessanti) che scorrono sottopelle. Ma già “Star-Crossed Lovers” e “Addict” ti sbattono in faccia il loro feeling romantico da singolo, da pseudo-lento strappato ai Depeche Mode. Non dispiace il timbro pulito e sicuro di Steffen, che trascina i pezzi con interpretazione discretamente carismatica. Impossibile dissociarsi dai fratelli maggiori anche nell’episodio successivo “Obey Your Heart”, tra incedere marziale nella strofa che può ricordare “Personal Jesus” e il ritornello che alleggerisce il tutto nella melodia. C’è anche una “No Tomorrow” che si offre più ambient, su melodie vellutate e gradevoli evanescenze, d’un sintetico purtroppo insopportabile. La mancanza di strumenti reali comincia a sentirsi, laddove “Subkutan” s’alza di livello e le ambizioni. Si ottiene, invece, un equilibrio di potenzialità e riuscita quando il duo si abbandona, come in “In Dir”, alle sensazioni soft d’un’electro-trance ipnotica. Il senso complessivo che si ha dei De/Vision è che siano dei Depeche Mode da dancefloor, molto bravi dietro la console – per quanto d’obbligo vista l’anzianità – e perciò capaci di ricreare, perlomeno, un certo feeling senza scadere in un insensato plagio.
Odio certe definizioni, ma credo di poterlo indicare come cd da viaggio, da lettore CD dell’auto. Aderirebbe a ciò che vedreste tutt’intorno, senza infamia e senza troppa lode; accompagnerebbe, lasciando la vista completare quello di cui la musica è deficitaria. Un ascolto attento non vedrebbe ripagata l’attenzione, per colpa di una certa ripetitività prevedibile dei pattern, per i limiti che, facendoci attenzione, costituiscono un limite espressivo.

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