Home > Recensioni > Dead Kennedys: Live At The Deaf Club
  • Dead Kennedys: Live At The Deaf Club

    Dead Kennedys

    Loudvision:
    Lettori:

cc

L’ultima uscita live della storica band di San Francisco è ora arrivata sulle nostre tavole. Già nel 2001 i DK ci avevano sorpreso con un primo live, ma questa volta i giochi sono totalmente diversi. E sono molto più interessanti. Se “Mutiny On The Bay” era una raccolta di differenti esibizioni tenutesi tra l’82 e l’86 questo nuovo lavoro è la testimonianza fedele di ciò che accadde il 3 Marzo del 1979 nello storico Deaf Club di Los Angeles (la stessa sera suonarono anche i Germs). Un live dunque, antecedente persino al primo lp “Fresh Fruit For Rotting Vegetables” del 1980 e quindi con la formazione originale (Bruce “Ted” Slesinger alla batteria ed il secondo chitarrista 6025 ad accompagnare Biafra, Flouride e East Bay Ray) che si lancia in diverse esecuzioni dei brani. Se possedete “Give Me Convenience Or Give Me Death” (b-sides) possiamo dirvi che i brani “Straight A’S” e “Short Songs” contenuti nel disco sono tratti proprio da questo live (e qui riproposti con un nuovo mixaggio), ma le sorprese sono appena all’inizio.
Un live del ’79 potrebbe far storcere il naso a tutti i maniaci del digitale ma a dirla tutta resterete piacevolmente sorpresi sia dalla qualità del suono che dai brani proposti (molti dei quali paradossalmente più “lenti” rispetto alle produzioni in studio); a riguardo si sottolineano “Back In Rhodesia” ovvero la prima versione di “When You Get Drafted” con ritornello e testo diversi dal brano finale, ma soprattutto l’inedito “Gaslight”, un acido bolero psichedelico che si farà ascoltare allo sfinimento. Varie anche le cover proposte, oltre a “Viva Las Vegas” e “Have I The Right” troviamo anche un’incredibile “Back In The USSR” dei Beatles, per poi passare ai classici “California Uber Alles”, “Holiday In Cambodia”, “Man With The Dogs” e “Kill The Poor”, dove il combo californiano mostra di essere la trasfigurazione musicale delle paure più profonde del signor Eric Arthur Blair.
Ecco quindi un live di quando il punk era ancora punk, fatto da una band che, ispirata dai sintomi più marci del neocapitalismo e del maccartismo, ha inferto i colpi più dolorosi al sistema americano dell’epoca. Quindici brani per quaranta minuti di punk feroce, digipack granata e un booklet sullo stile dei collage di Winston Smith, nient’altro da dire se non ricordarvi il nuovo motto: DYING WITH A LAMPSHADE ON.

Scroll To Top