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Congedato con disonore dopo una serie record di uccisioni, Wade (Ryan Reynolds) tira avanti dando una lezione violenta a pagamento a persone “più stronze di lui”, almeno fino a quando nella sua vita entra Vanessa (Morena Boccarin), una ex prostituta e sua perfetta dolce metà in stuzzicanti esplorazioni sessuali a due. Il sogno dura un momento, poi subentra il cancro terminale.

Per la disperazione, Wade acconsente a sottoporsi, in una clinica clandestina, a un processo di torture e medicinali che dovrebbero risvegliare in lui i geni mutanti latenti: diventerà immortale ma sfigurato. Messa la canonica tuta di spandex e la maschera, Wade trasforma il suo fiume citazionistico di battutacce in una sorta di vendicatore/supereroe, Deadpool, impegnato nella ricerca del medico aguzzino che l’ha ridotto così, Ajax (Ed Skrein).

Un po’ origin story, un po’ film minore di mutanti e un po’ adattamento pedissequo della rutilante e scorrettissima controparte cartacea, Deadpool inanella una serie di riferimenti pop e meta che faranno ridere forte il pubblico, interpellato direttamente dal supereroe, soprattutto quello con una conoscenza del mondo cinematografico dentro e fuori casa Marvel tale da riuscire a star dietro a questo diluvio di riferimenti.

Purtroppo non basta, non nell’epoca degli Honest Trailer: ci voleva un finale più solido e una coppia villain + love interest che non fosse tanto canonica e superficiale. Peccato, perché per buona parte del film anche la regia di T.J. Miller aveva retto (ad esclusione dell’artificioso combattimento finale) e Ryan Reynolds aveva confermato di essere la scelta migliore per il ruolo.

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Contro

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