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Deads Of Los Angeles

La giornata di sabato 23 giugno, terza e penultima di questa lunga e ricca edizione del Gods Of Metal, vede sin dalle prime ore di apertura un’affluenza ben maggiore e più consona a manifestazioni di tale portata, rispetto alle prime ore di ieri.

In serata il picco massimo raggiunto supererà le 15.000 unità paganti. Complice forse anche un cartellone davvero notevole che comprende, oltre agli headliner Motley Crue nomi del calibro di Slash, The Darkness, Gotthard, Hardcore Superstar e Lizzy Borden.

Va da sé ovviamente la massiccia presenza pertanto di un pubblico per lo più ancorato a sonorità e look tipicamente glam / street. Altrettanto ovvio risulta il chiedersi quale sia la soglia di sopportazione che deve avere un’ampia fetta di pubblico per essere appunto coperta di pelle, accessori e make-up con 1000 gradi di sole pieno.
Ma anche questo è il Gods del resto.
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Dopo lo show orrorifico e teatrale dei Lizzy Borden, che sicuramente risente un po’ dei limiti temporali e dell’orario pomeridiano, l’audience è pronta per la prima esibizione nel contesto G.O.M. degli svedesi più amati dagli italiani in questi anni: gli Hardcore Superstar.

Jocke Berg e soci si presentano trionfali onstage accolti con un boato dal pubblico e partono a mille con “Sadistic Girl” e “Kick On The Upper Class”. Lo show prende quota, la gente risponde alla grande e la voce di Jocke stenta in qualche punto.
Il chitarrista Vic Zino risulta oramai perfettamente integrato, interagendo sia a livello musicale che umano egregiamente con band e audience.

Il breve show del gruppo è incentrato sugli ultimi metallici lavori realizzati nella seconda parte della carriera, che va per intenderci dall’ autotitolato capolavoro del 2005 all’ultimo “Split Your Lips”. Le primordiali origini prettamente rock n’ roll e punkeggianti del combo svedese vengono pertanto accantonate in favore dell’approccio metal / street che sicuramente ha giovato alla carriera degli HCSS. In conclusione l’ovvio inno “We Don’t Celebrate Sundays” cantata all’unisono da tutta l’area fiera.

Dopo gli HCSS è tempo di conferme per i ticinesi Gotthard, chiamati alla prova del nove con il nuovo singer Nic Maeder. “Firebirth” è il nuovo album, il primo dalla tragica morte del singer storico Steve Lee e la band sfoggia un grande coraggio ed entusiasmo nel rimettersi completamente in gioco dopo tale grave perdita.

Sincera l’accoglienza affettuosa del pubblico verso Leo Leoni e soci. Il giovane Nic non si lascia intimidire troppo, fornendo la propria interpretazione dei vecchi brani della band ed imbracciando occasionalmente una splendida White Falcon a dare un ulteriore supporto chitarristico al sound della band.

Toccante l’omaggio al defunto Steve con la ballad “One Life, One Soul” commovente momento apprezzatissimo da tutti. Le facce felici sul palco tradiscono una manifesta soddisfazione per l’essere riusciti a buttarsi alle spalle un avvenimento tanto nefasto che, oltre all’aver privato i componenti della band dell’amico e compagno di sempre, ha rischiato di porre concretamente fine alla carriera dei Gotthard.
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Il ritorno dei The Darkness, dopo le peripezie che portarono al loro scioglimento quasi 7 anni fa, è salutato con un impressionante e caloroso applauso. Dopo un lungo intro dai toni molto british e regali i 4 ci danno subito dentro con l’energica “Black Shuck” e Justin fa il matto a più non posso rivelandosi invero in ottima forma sia fisica che musicale.

La band è in palla incluso il ritrovato bassista Frankie Poullain e Justin annuncia un imminente nuovo album, notizia che sembra far felici tutti. “One Way Ticket To Hell” e le altre hit vengono sciorinate fino a quando un serio blackout interrompe lo show sul più bello per almeno dieci minuti. Questo è il momento nero del giorno tecnicamente in quanto contemporaneamente inizia anche a piovere, ma poco male: Justin impiega il tempo necessario a riparare il guasto per concedersi un bagno di folla e concedersi a foto, strette di mano e autografi. Ottimo modo per ripagare la gente della fastidiosa attesa.

A problema risolto è la bella “Love Is Only A feeling” a riprendere il discorso ed il coitus interruptus è presto dimenticato. Lo show della band inglese si rivelerà essere a conti fatti la più coinvolgente ed energica della giornata, alla faccia della freddezza britannica.

Durante il cambio palco l’acquazzone diventa serio e la gente si ripara nei punti di ristoro coperti, ma quando Adam Day annuncia l’ingresso onstage di Slash Feat. Myles Kennedy And The Conspirators a nessuno importa più di bagnarsi pur di accaparrarsi un posto vicino allo stage.

Il chitarrista dal canto suo è sempre il solito personaggione, schivo e concentrato sulla sua Les Paul, tuba incollata in testa e pose da porno star della chitarra. Myles Kennedy ed il resto della band però non sono certamente un contorno, anzi, la loro personalità incide in modo significativo sulla musica e sugli show ed il pubblico tributa loro la giusta dose di attenzioni.
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“Anastasia”, “Standing In The Sun” e gli altri estratti dal nuovo “Apocalyptic Love” fanno bella mostra di sé accanto a “Ghost” e “Back From Cali” dal CD precedente, mentre ovviamente il tutto viene inframmezzato dal naturale copioso tributo ai Guns N’Roses dell’epoca 1987-1991.

È molto interessante l’aver avuto modo di toccare con mano, a così poche ore di distanza, la diversa direzione intrapresa da Slash e dalla sua ex band. Tanto Slash è rimasto in un certo senso ancorato ad un old style sound che sicuramente lo identifica ma che forse da un lato lo limita anche, tanto i Guns si sono spinti oltre cercando un suono nuovo e dinamico che ne esalta nuove potenzialità e sicuramente in parte ne snatura la primordiale essenza.

A noi la fortuna a questo punto di avere due visioni diametralmente opposte dello stesso concetto di base. Ovviamente come per l’esibizione dell’ex collega Axl, è “Paradise City” a mettere la parola fine allo show del chitarrista mulatto.

Non ci sono molti modi per descrivere il concerto offerto dagli headliner della serata, i re del glam metal Motley Crue. Forse bastano poche parole. Vergognoso è la prima che viene in mente. Indecente, dilettantistico… è dura scegliere l’aggettivo più appropriato o significativo, ma come concetto vanno ugualmente bene tutti.

Basti pensare che lo show di 3 anni fa sempre al Gods in quel di Monza, allora definito pessimamente da Loudvision e da tutti i presenti, sembra alla luce dei fatti di oggi essere un lontano show epocale di indubbia qualità.

Ma partiamo con ordine, “Wild Side” dà lo start allo show dei losangelini e fin dai primi minuti Vince Neil fa accapponare la pelle con stonature indecorose, mancanze di fiato ed attacchi approssimativi. I brani scorrono con difficoltà, molto rallentati ed imprecisi, privi di mordente ed evidentemente di entusiasmo da parte di chi li sta eseguendo.

Si ipotizza che i rallentamenti siano dovuti magari ad esigenze fisiche del povero Mick Mars, ma come per lo show del 2009, l’emaciato chitarrista risulta alla fine essere l’unico salvabile del lotto in quanto a performance, quindi?
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Nikki e Tommy scazzano alla grande diversi attacchi e Vince continua la sua caduta libera senza neanche essere salvato dalla rete delle due coriste.

La parte più spettacolare e divertente dello show in fin dei conti è l’assolo di Tommy Lee sul rollercoaster che lo porta a fare diversi giri della morte con tutto il drumkit mentre improvvisa tempi su basi di Skrillexiana influenza. Altrettanto divertente il momento in cui il vincitore del rollercoaster contest viene invitato a fare tali giri della morte seduto a fianco dell’ iperattivo batterista.

Finita questa funambolica parentesi la band snocciola ancora qualche classico senza sorprese, ignora tutto ciò che è stato fatto dal 1994 al 2008, sfiorando a malapena “Saints Of Los Angeles” e dopo circa un’ora e mezza saluta e si congeda.

Ora, Axl Rose sarà viziato, despota, antipatico e chi più ne ha più ne metta, ma quando c’è da badare alla sostanza offre uno show di ottimo livello per 3 ore, mentre chi fa il piacione, pubblica un greatest hits ogni due anni, suona come se avesse una pistola puntata alla testa e dopo un’ora e mezza se ne va con strafottenza.

Credo che ognuno possa trarre le proprie conclusioni e decidere se sia meglio una verità magari a volte un po’ dolorosa, o una pagliacciata con poca sostanza e tanta pretenziosità.
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A mente fresca ecco alcune doverose considerazioni conclusive.

Il Gods Of Metal ha subìto, sfortunatamente, un evidente notevole calo di affluenza con gli anni e questo è un grandissimo peccato, in quanto unico festival italiano di un certo livello dedicato a tale genere musicale. L’eredità del mitico Monsters Of Rock degli anni 80 rischia pertanto di andare lentamente in dissolvenza, nonostante ad oggi il Gods conti già ben 16 edizioni sul proprio groppone.

Ora, senza stare fare i soliti infelici ed autodistruttivi paragoni a favore di strutture organizzative ed eventi esteri, va detto come in ogni caso gli elevati costi globali a carico dello spettatore non possano non incidere sul risultato finale.

L’area fiera è comoda a livello strutturale, ma l’infinita distesa di asfalto è sicuramente faticosa a livello fisico per chi decide di passare 4 intere giornate sotto un sole cocente. Tutti i parcheggi circostanti sono a pagamento, alla cifra scandalosamente alta di 15 € al giorno e siti a chilometri dall’ingresso del festival, tanto che per raggiungere la zona concerti bisogna in ogni caso camminare per venti minuti buoni.

Anche i ticket non sono esattamente economici. I 65 € al giorno + prevendita, in un periodo economicamente così precario, sono sicuramente un sacrificio per molti fan, ancor più gli 85 € prevendita per accedere al prestigioso pit con tanto di area vip compresa.
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Anche i punti di ristoro e numerosi bar presenti all’interno della manifestazione tengono prezzi decisamente elevati, in linea con questo tipo di eventi, il che impone un salasso medio di circa 20/25 € al giorno pro capite per non soccombere disidratati alla temperatura equatoriale e mettere qualcosa sotto i denti.

Al di là dei costi di allestimento di un evento di tale portata, dei cachet scandalosamente alti di molti dei gruppi intervenuti, dell’ovvia enorme mole di lavoro che tutti i coinvolti si devono sobbarcare per la buona riuscita della manifestazione, oggi un fan medio che voglia partecipare ad un bel concerto come questo deve considerare elementi molto antipatici evidenti a tutti. In primis molti devono fare i conti con situazioni lavorative del tutto precarie e conseguentemente con esigue entrate, se non inesistenti nel caso di studenti o disoccupati. Seconda cosa, concatenabile al concetto precedente, ormai è più costoso e lussuoso percorrere un tragitto in macchina che farsi fare una statua a grandezza naturale in platino, visti i costi di carburante ed autostrade.

Probabilmente un abbassamento dei prezzi da attuare almeno dove possibile, potrebbe garantire un aumento di utenza nelle prossime edizioni di questo come di altri festival musicali.
Detto questo, non è certamente pretesa di Loudvision avere soluzioni per risolvere situazioni economiche o strategiche e di marketing per far si che il prestigio degli eventi musicali venga preservato e perpetuato, ma da portale che si occupa con passione di musica ed avvenimenti ad essa legati, si augura che la vita di manifestazioni come questa, sia messa in condizione di essere ancora lunga e prospera

Motley Crue:

Wild Side
Live Wire
Too Fast for Love
Saints of Los Angeles
Shout at the Devil
Don’t Go Away Mad (Just Go Away)
Same Ol’ Situation (S.O.S.)
Looks That Kill
Piece of Your Action
Primal Scream
Smokin’ in the Boys’ Room
Drum Solo
Dr. Feelgood
Girls, Girls, Girls
Home Sweet Home
Kickstart My Heart

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