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Deasonika: Piccoli dettagli in “Tredicipose” – pt. 2

Massimiliano Zanotti ora ci parla a fondo dei brani di “Tredicipose”, svelandone alcuni dei significati che sarà bello rintracciare nei testi e nel colore timbrico della musica.

Parliamo un po’ del disco. E tanto per fare un’anti-presentazione, visto che siamo in vena di anti-singoli e anti-videoclip, partiamo dall’ultimo brano: “Le Rebelle”. C’è un senso morale nel rifiuto dell’anima dannata che rifiuta le regole impartite dall’angelo nel sonetto di Baudelaire. Che cosa ha a che fare con “Tredicipose”?
Il tema, come dici tu, era molto forte. Conosco Baudelaire, è un poeta per cui ho riscontrato piacere per la vivida lettura. Questo sonetto mi era rimasto in testa, e quando sono sorte le difficoltà per trovare un testo che si adattasse al giro melodico del brano che sarebbe diventato poi “Le Rebelle”, sono emersi quei versi. Ci è piaciuto sperimentare, e questa è anche la chiave di lettura di questo disco: non ci siamo posti limiti di sorta, e nel momento in cui una soluzione ci convinceva, l’abbiamo adottata.

Andiamo a “Photograph”. L’ho colta come un’immagine particolare sin dai primi ascolti. Sembra parlare delle verità soggettive e rassicuranti dietro cui ci si protegge quando un sentimento è sull’orlo della fine, e la distanza viene improvvisamente percepita con crudele serenità, almeno da una parte. Le immagini dei ricordi allora portano colpe che nella visione dell’altro sono solo le tue.
Hai colto degli aspetti come la prospettiva, ma non lo sfondo. “Photograph” è un brano che narra le visioni di un uomo assuefatto che si estrania da sé stesso e si osserva mentre guarda la televisione. “Ho paura di te e la tua verità che mi regalerà frasi in un lembo nero” significa la meta-riflessione dell’essere umano che avverte il tradimento della fiducia riposta nello strumento. È un brano rivolto a persone giovani, che ancora partecipano al, o attraversano il, fascino dell’innocenza, e allo stato d’animo contrastante che possono provare mentre sono esposti alla programmazione radiotelevisiva ed a quello che essa narra del mondo. Avevamo già toccato l’argomento della televisione nel primo album con “Cara TV” e mai come ora questo sentimento è forte. “Una storia senza lieto fine è quello che ci vuole”: significa che la sensibilità dell’essere umano, quando è sottoposta ai vari cliché come i lieto fine, coglie in realtà sia la finzione, sia quello che la televisione ti sta dicendo in un secondo livello di comunicazione, ovvero la realtà di un mondo di cui essere disillusi.

Un brano che mi ha trascinato e colpito al primo ascolto è “La Stanza Brucia”. Parlacene un po’, soprattutto di come sei riuscito a restituire una sensazione così forte che culmina con “Qui, l’universo è stato qui”, una frase da brivido.
Hai mai provato la sensazione di avvertire una presenza nell’intimità di una stanza in cui ti trovi, teoricamente, da solo? Questa canzone parla di un episodio simile, culmina con la rivelazione della presenza, con il brindisi per questo lampo di riconoscimento e con l’aprirsi alla comunicazione. È come riuscire a vedere la sagoma di un viso che puoi anche amare ma che non vuoi definire: “aveva il viso in una luce che non avevo visto mai”. La percezione diviene così forte che esplode, permette il riconoscimento di questa presenza e ne consente l’incontro. La canzone nasce come volontà di riportare in vita questo singolare presentimento; è capitato nella mia vita di non sentirmi solo in momenti in cui indubitabilmente lo ero. Ho immaginato la forza, la luce di qualcosa che si rivela, e che si esprime come un’immensità, presente proprio lì, in quel momento. Credo che più immenso dell’universo non esista nulla, perciò ecco da dove origina la frase che hai evidenziato tu.

Tra l’altro proprio “La Stanza Brucia” mi ha fatto realizzare quanto “Tredicipose”, rispetto ai suoi predecessori, sia dinamico e più vicino al ritmo delle emozioni, meno estatico pur rimanendo attento al dettaglio.
È il modo in cui abbiamo creato “Tredicipose”: chiudendo gli occhi e premendo l’acceleratore. Volendo prendere in prestito i cromatismi, “Piccoli Dettagli Al Buio” era un disco nero. “Deasonika” era grigio, un nero mescolato al bianco del timbro acustico e del momento artistico che stavamo passando. A noi è piaciuto subito accostare “Tredicipose” al colore rosso infuocato: questa sinestesia trasmette la sua natura. È diretto, arrabbiato, viscerale, molto rock.
[PAGEBREAK] Veniamo a “Gregorian”, che di rosso ha molto, ma per me in un altro senso ancora. Lo associo al lirismo, alla teatralità, al colore tipico della passione istrionica, ben espressa ad esempio dall’uso della voce di testa.
Ecco, questa è la dimostrazione che le cose non succedono per caso. Nel capannone che abbiamo utilizzato per le prove di preparazione ai live, a Providenti, il colore che predominava era il rosso. Il rosso è il colore che “Gregorian” ha ispirato la tua libera immaginazione, ma anche quella di Alice Pedroletti. Il rosso è anche il colore che abbiamo associato al disco. Questo certamente dà un senso al concetto di identità di un’opera: quando non sei il solo a provare determinate cose, ti accorgi che l’idea che hai trasformato in opera ha un gusto ed un colore che almeno in parte può essere condivisibile ed avvertibile per coordinate simili.

“Gregorian” è stato definito come il vostro anti-singolo. Significa che è una posa marcatamente diversa dalle altre per qualche motivo?
Un tempo, negli anni ’70, sarebbe potuto tranquillamente essere un singolo, perché l’importante non era la durata del brano. Potevi suonare anche per dieci minuti, quello che contava era che trasmettessi qualcosa. A quarant’anni da quel momento storico, se vuoi fare questo mestiere ti trovi davanti a direttive di questo genere: la canzone non può sforare i quattro minuti, entro i primi quaranta secondi deve partire il ritornello, il bridge deve essere di quattro misure, il refrain non può contenere determinate parole, il cantato si deve capire bene, altrimenti non succedono determinate cose. Va bene. Se è così, noi usciamo prima di tutto con “Gregorian”, che non a caso sovverte ogni direttiva sopra menzionata. Credo che negli ultimi trent’anni di fruizione, perlomeno in Italia, ci sia la dimostrazione che abbiamo un grande debito con la musica, per il modo in cui è stata confezionata, violentata e banalizzata, e i nodi stanno venendo al pettine. Usare “Gregorian” come primo araldo di “Tredicipose” significa per noi ripagare al concetto di arte musicale un debito che è stato provocato dalle altre congetture. Eravamo obbligati ad uscire con un singolo, “Viole”, ma abbiamo agito pubblicando prima ancora la video-traccia di qualcosa che fosse diametralmente opposto.

Parliamo di “Viole” adesso, il singolo. Il suo momento, liricamente e musicalmente, più forte credo sia “se fossi polvere scenderei nei tuoi silenzi e ti direi/soffia più forte e mi rivedrai davanti a te”. Quanto riusciamo a rovinare i rapporti con le cose o le persone lasciandole impolverare nella nostra idea che non vuole imparare a saper riscoprire?
Si rovinano tutte le cose con questo pregiudizio, non solo i rapporti umani. Anche la velocità a cui stiamo vivendo, di certo ha dato una mano, e non in positivo, a questa forma mentale. Perché perdere tempo a conoscere profondamente qualcosa se tra relativamente poco tempo ne potrò trovare un’altra che potrò continuare a limitarmi a conoscere superficialmente? In una scelta, perché andare a fondo quando posso scegliere con superficialità e velocità? Il vivere a più battiti al minuto non significa solamente una maggiore produttività. Cambi totalmente punti di vista, e rischi di osservare le cose senza viverle; ce ne siamo accorti in un nostro viaggio a Providenti, una frazione vicino a Campobasso popolata da un centinaio di anime, divise in qualche bambino, una decina di coppie, e anziani. Ci fermammo in questo posto che sembrava essersi fermato negli anni ’50 per una settimana. Se le prime due ore sono passate chiedendomi che cosa stessimo facendo noi lì, la permanenza più lunga ci ha rivelato dettagli umani davvero interessanti. Anche le cose più stupide acquistano il valore di un significato, cose a cui noi non siamo abituati, essendoci sempre più estranea l’abitudine di svelare l’anima delle cose, ad essere preparati a cogliere.

“Kurt Cobain – La Mia Faccia A Metà”: è un volto che hai indossato per tradurla in musica o è un’altra posa?
È sempre una visione dall’esterno; va un po’ nella direzione che i Deasonika hanno preso da anni, la scelta di campo è stata fatta e “Tredicipose” ne è la riprova. Però alcune delle cose che sono successe a questa persona credo che siano comuni a tutti coloro che la pensano in un certo modo. Recentemente ho riascoltato la discografia, rivisto l’”Unplugged In New York”, e ripassato alcuni dei messaggi che venivano trasmessi da quei brani e dal protagonista stesso di quella che si sarebbe tradotta poi in una tragedia. Dalle sensazioni nate in seno alle percezioni di quel periodo è nata “Kurt Cobain – La Mia Faccia A Metà”. Il suo volto a metà rappresenta, appunto, quello che era rimasto di lui.
[PAGEBREAK] Ora parliamo di “Trasparente”. Donare la vita è aspettarsi di non trovarla più se non accanto alla persona che cerchi?
“Trasparente” è una diapositiva del distacco all’interno di un gioco di coppia. Talvolta si è in un luogo in cui non si dovrebbe essere. Quindi ci si estrania. Molte volte in una coppia una persona è assente, è parte di una forzatura. È come uno sparire e vedere le cose in terza persona. In questo quadro, la persona che è rimasta e che ha ancora il suo sguardo diretto, in prima persona, chiede all’altra di tornare, conferma la propria presenza e la volontà di cambiare alcune cose. L’estraneità porta a restare lì, e si diventa, appunto, trasparenti: si entra in una vita che sai di aver vissuto ma di cui acquisti la consapevolezza di non appartenerle. Non prendi posizione per viaggiare, resti, seppur non concretamente, rimanendo spettatore, e quindi esterno, alla tua vita.

Fare un video-album è un’ambizione e sicuramente il sogno segreto di ogni fan. È fidelizzante e completa l’esperienza di un prodotto regalando molta intuizione. Com’è nata la collaborazione con Alice Pedroletti?
Abbiamo conosciuto Alice nel 2001, per le sessioni fotografiche di “L’Uomo Del Secolo”. All’epoca era un’artista e fotografa già impegnata nel mondo della musica; pur essendo giovane, notammo già delle caratteristiche di unicità. Abbiamo continuato a lavorare con lei, abbiamo anche provato altre esperienze con altri artisti, ma lei ha saputo restituirci il valore del conoscerci molto bene, come il conoscerci così a fondo da sapere quand’è il momento per farci una foto, ad esempio. Quando le abbiamo parlato di “Tredicipose”, le abbiamo manifestato la nostra volontà di fare per esso delle attività particolari legate al mondo dell’immagine e della fotografia. È venuta, poi, insieme a noi a Providenti, in quella frazione di Campobasso, sapendo che avrebbe dovuto fare delle foto con noi e che le avevamo commissionato l’artwork del disco. Alice ha iniziato, invece, a girare “Gregorian” durante le prove del live che stavamo facendo. Quando le abbiamo chiesto che cosa stesse facendo, quello che ci ha mostrato ha avuto il merito di far capire immediatamente a tutti quale fosse la buona idea che aveva in testa. Ha avuto quindi lei l’iniziativa di girare una video-traccia per ogni canzone di “Tredicipose”, con quel suo merito particolare di donare all’immagine in movimento tutte queste sfumature tipiche della fotografia. Da lì ci sono venute in mente molte idee che stiamo cercando di canalizzare. Sicuramente si farà il video-album, una volta che le tredici video-tracce saranno completate e pubblicate.

E con questa promessa si chiude la preparazione all’attesa del nuovo lavoro, che verrà battezzato dal vivo il 15 Ottobre 2008 immediatamente dopo l’uscita nei negozi. E noi ci saremo.

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