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Deasonika: Piccoli dettagli svelati

Ecco un’intervista dove mi è capitato di trovare un interlocutore che accenna, in modo personale, stimoli e idee che aleggiano spesso nel mio modo di vedere le cose. Molto, in silenzio, ho condiviso dei valori e dei punti di vista usciti in questa vera e propria conversazione aperta, dove Massimiliano dei Deasonika è andato oltre il suo ruolo di cantante di un gruppo e ha condiviso molto della sua persona. Con le canzoni dei Deasonika a fare da filo conduttore, si discute di musica, di mentalità, di spirito di gruppo, di unità d’intenti, e anche della donna. Figura, pragmatica o poetica, indissolubilmente legata in qualche modo all’impeto creativo e all’immaginario dell’uomo. Ma andando con ordine…

Dal primo cd autoprodotto ad oggi sono passati tre anni e alcuni cambiamenti di formazione. Cosa c’è di diverso dall’esordio ad oggi nel sound dei Deasonika?
Con l’ingresso di Walter Clemente al basso e Marco Trentacoste, che prima era già il produttore de “L’uomo Del Secolo”, la matrice è un po’ più rock rispetto a prima. È cresciuta inoltre la consapevolezza di ciò che facciamo. Riascoltando i nostri lavori e vedendo ancora positivamente quello che si voleva raggiungere ed è stato raggiunto, si pongono delle basi solide per il futuro. Il sound si evolve e risente di questo processo, di conseguenza. Siamo convinti del nostro lavoro, e per questo ci mettiamo sempre più passione e professionalità; elementi, questi, che secondo noi vanno di pari passo.

L’ingresso di Marco Trentacoste in particolare ha influito nella composizione e nell’evoluzione vostra?
Marco era sintonizzato perfettamente nel nostro modo di pensare. Una quinta persona che la pensa come te alimenta la creatività e la forza del gruppo. Lui era piaciuto a noi, durante tutto il lavoro per “L’Uomo Del Secolo”, noi piacevamo a lui, e a queste condizioni una persona in più che remava nella stessa direzione poteva solamente rendere il lavoro ancora più valido e intenso. Preciso inoltre, ci piacevamo proprio come persone, oltre che come musicisti, evidentemente. Walter Clemente è stato pure una scossa benefica all’interno del gruppo. Sono tutti e due importanti, semplicemente Marco aveva già lavorato prima con noi.

Il disco ha avuto ottimi riscontri dalla critica e dal pubblico. Lo si è potuto sentire in vari passaggi radiofonici. Siete soddisfatti di come sta andando finora? Sì, soddisfatti. A noi premeva che il disco fosse ascoltato da più persone possibile, e questo sta avvenendo. Non è per dati di vendita o fama di per sé, il fatto che la nostra musica esiste per molti, vuol dire che è stata affrontata da molti, che sia piaciuta o meno. Non nego sia appagante già di per sé il produrre qualcosa di cui poi sei soddisfatto, con cura e attenzione; la linfa che puoi trarre dal tuo lavoro è, però, anche il rendere la tua musica reperibile, dimodoché la gente sappia che esiste.

“Piccoli Dettagli Al Buio” è un album in cui dolcezza e rabbia si fondono insieme. Brani dalla struttura semplice che improvvisamente si contorcono in passaggi ossessivi e deliranti. Quanto tempo avete dedicato agli arrangiamenti per ottenere un prodotto così vario?
Deasonika per sua natura è una band che lavora molto; non solo di sostanza ma anche nei dettagli che popolano ogni singolo brano. La sostanza l’abbiamo creata con un lavoro maniacale in sala prove e in fase di pre-produzione. Siamo arrivati in fase di registrazione con ogni cosa preparabile già pronta, un ottanta per cento circa delle stesure già pronte, anche se sempre aperti a piccoli cambiamenti in corso d’opera. Soprattutto con tutta l’attenzione rivolta ai possibili dettagli. I dettagli sono quei segni di carattere che danno colore alle cose e che quindi possono portare ad una valorizzazione inaspettata del tuo lavoro. Sono queste piccole cose, le accortezze, la cura, che possono cambiare una cosa buona e farla diventare ottima. Qualcuno diceva: “Tra la mediocrità e il successo, la differenza sta nei dettagli”.

Quindi, per un nuovo album dei Deasonika, vista la cura maniacale dovremo aspettarci dei tempi alla Trent Reznor?
No, no, guarda, saremmo già pronti a rientrare in sala prove. Purtroppo o per fortuna stiamo facendo tante date, il disco appena uscito è richiesto anche dal vivo, e questo è uno stato di concentrazione ottimale solo per focalizzarci sul presente.
[PAGEBREAK] Nel singolo “Il Giorno Della Mia Sana Follia” avete fatto una cover dei Massive Attack, “Teardrop”. Come mai questa scelta?
È un bel pezzo. Questo significa già partiure col piede giusto (risate N.d.R.). A me era sempre piaciuto; “Mezzanine” è un disco che parla da solo, e “Teardrop” fa effetto sia come canzone che come video. Si nota che non è un bambino vero, ma suscita emozioni ugualmente. In sala prove abbiamo suonato il brano più volte. Arrivati ad una stesura convincente lo abbiamo proposto dal vivo, ed è piaciuta. L’idea di registrarla è venuta proprio quando eravamo in studio per “Piccoli Dettagli Al Buio”. Ci siamo imposti di suonarla senza ascoltare minimamente l’originale finché il lavoro non fosse stato ultimato. Questo ci ha impedito di ricadere nell’errore di fare un brano fotocopia; è sempre “Teardrop”, ma al modo in cui l’avrebbero suonata i Deasonika.

Quando stavate scrivendo le canzoni o in fase di produzione, avete avuto pressioni dalla casa discografica per dare al disco una veste più radiofonica?
No, nel modo più assoluto. Il primo album è stato autoprodotto perché volevamo che uscisse come lo desideravamo noi. “Piccoli Dettagli Al Buio” è stato curato da Edel perché condivideva il nostro modo di vedere le cose. Noi crediamo che scendere a compromessi crei solo dei prodotti mediocri. Trovare il coraggio di lanciarci significa rimanere comunque onesti con noi stessi; se piacciamo bene, viceversa, almeno abbiamo realizzato qualcosa di autenticamente nostro, di ugualmente appagante. Fare a tavolino dei discorsi su ciò che è radiofonico o meno, creare dei brani commerciali… Sono cose che riescono se sei bravo in quello. È un’abilità precisa, e non fa parte del carattere dei Deasonika. Penso che pianificare con la tua casa discografica un successo significhi ad esplorare un territorio molto pericoloso. La prima cosa che si può mettere in discussione è la tua spontaneità, e se non sei autentico, lo si vede. Inoltre si mette in moto un meccanismo per cui alla fine non sei più “tu” in quello che scrivi, cadono le motivazioni e la spinta per migliorare se la tua anima ti porta verso un tipo di musica che soddisfa prima la tua esigenza, la tua urgenza di comporre. A dire il vero lo stesso significato di “commerciale” mi è ostico da comprendere. I Nirvana non erano considerati per nulla commerciali, ma da un certo momento in poi lo sono diventati. Se un pezzo diventa commerciale per quante volte passa in radio, la definizione diventa alquanto sfuggevole: non dipende nemmeno da te, ma da come un pezzo viene recepito nel momento storico e nel contesto in cui esce.

Ricordo un’intervista ad uno dei creatori di sigle per cartoni animati, forse lo stesso che creò “Ufo Robot” per Goldrake. Individuava il pezzo riuscito come un mix di semplicità e seduzione, qualcosa che ti entrasse in testa senza impegno, in modo magari elegante per attirare l’attenzione anche di un pubblico leggermente superiore alla media. Un po’ come i brevi jingle usati nelle pubblicità. Forse è questa la chiave del pop, della sua immediatezza che a volte può riuscire anche gradevole.
Non so guarda, è forse la domanda che tutti si fanno nel mondo musicale: “devo fare un pezzo commerciale; cosa devo mettere in atto per farlo?”. Secondo me il fare è l’attitudine con cui ti poni verso le cose. Quindi se ti metti d’impegno con queste intenzioni, non c’è dubbio che ciò che tirerai fuori sarà commerciale. Se a tavolino decidi di creare qualcosa che piacerà prima di tutto ad altri, sicuramente il risultato sarà un pezzo commerciale. Non è detto però che il risultato sia buono.

“8″, con il suo incredibile testo e il suo loop di chitarra ossessivo è un ideale brano d’apertura. È stato da subito pensato con quest’intenzione?
No, in teoria non doveva nemmeno essere quella la prima canzone. Ci siamo accorti ad un certo punto che aveva un mood accattivante, proprio per i motivi che hai integrato nella domanda. La scelta di quel brano come opener ci ha trovati tutti concordi a quel punto.

Parlando di testi, sono forse tra i migliori che si vedono in giro, scritti in lingua italiana. Che importanza dai ad un testo in una canzone e da che cosa viene ispirato?
Testi e musica si integrano in un equilibrio paritario. L’uno non deve prevalere sull’altro, altrimenti i due rischi sono: che un testo passi inosservato, o che si diviene cantautori. I Deasonika sono un gruppo e per questo la parità dei ruoli è elemento fondante e fondamentale. Ogni cosa che facciamo, dal testo, alle linee vocali, ai riff di chitarra, devono avere il giusto valore. Stilisticamente i testi mi vengono in modo molto spontaneo, così come li leggi. Sono, direi, piuttosto fortunato ad avere una facilità di espressione per uno stile che va molto bene proprio per i Deasonika; la loro funzione è quella di fotografare esperienze e sentimenti che provo, all’inizio. Perfezionando il tutto, mettendoli a posto, vengono a formare un percorso. Ecco, allora, che vengono fuori l’anima più dura, quella più malinconica e psichedelica, che grazie alla musica con cui si accompagnano, tirano fuori il filo conduttore del gruppo, e del disco.
[PAGEBREAK] Come sono i Deasonika fuori dalla dimensione band?
Siamo amici! Stefano e Francesco sono amicizie che durano da moltissimi anni, Marco era una mia conoscenza già prima dei Deasonika per determinati progetti, Walter è un matto come noi, ci siamo messi subito in sintonia. Il dato di fatto è che veniamo da cinque background completamente differenti, siamo cinque menti malate, ma in completa apertura verso i mondi degli altri. Noi crediamo fermamente nella parola “gruppo”, sia dentro che fuori dal lavoro. A livello di band, crediamo sia importante ascoltare le idee degli altri. Quando qualcuno porta un contributo musicale di scuola diversa da quella a cui gli altri sono abituati, l’integrazione è immediata, e ognuno cerca di portare il proprio ulteriore passo avanti ritrasformando le idee in continuazione, facendole diventare sempre più grandi e composite. Il fatto che remiamo tutti nella stessa direzione è un segnale chiaro: per quanto le individualità siano differenti, la pensiamo tutti nello stesso modo.

“Ombra E Odore” è un pezzo notevole, che unisce originalità musicale al lirismo. Come è nata questa canzone?
È una lunga storia. Era stata un’idea accennata in passato ma mai affrontata di petto in quanto la sua storia è molto particolare. Tenevamo molto a quelle idee. Tutte le cose a cui tieni le guardi da lontano e con rispetto. E l’idea di metterci lì e dire “Ok, vediamo cosa può uscire fuori lavorando su tutto questo” ci incuteva il timore di non darle la giusta forma. Finché non abbiamo affrontato la cosa. È un brano diverso, non ha mai un momento uguale, ha un inizio, uno svolgimento e una conclusione. È un’evoluzione fino alla fine. E così come è venuta, l’abbiamo mantenuta.

In genere devo dire che si sente la spontaneità dietro alle canzoni che avete composto, quindi anche che l’eventuale complessità non è una fuga dai modelli semplici o schematici.
Noi non facciamo constatazioni simili, siamo abbastanza fortunati da trovare un filo conduttore nel nostro essere liberi.

Dopo l’uscita del disco è iniziato un tour intenso. Quanto è importante la dimensione live per i Deasonika?
Per cominciare: secondo me se non ci fosse la dimensione live l’ottanta per cento delle band non comincerebbe nemmeno a suonare. Per un gruppo il feedback sulle emozioni che susciti a partire dalle tue emozioni messe in musica, è fondamentale. È un colloquio verbale-musicale, quello con il pubblico, che è l’altro interlocutore, partecipante fondamentale in un dialogo. Fortunatamente abbiamo l’opportunità di suonare molto dal vivo, e vediamo con piacere che le persone ci sono ai nostri concerti e sono anche molto attente. Parte di questo è dovuto al fatto che la comunicazione tra noi e loro è spontanea, senza infrastrutture o sovrastrutture. Siamo un po’ nudi sul palco, in modo da incrociare gli sguardi delle persone, controllare mentre si sta suonando che cosa sta succedendo negli altri. La nostra musica non è immediatamente ballabile, non è quindi facile per noi, almeno sulla carta, divertire un pubblico. L’emozione di vedere questo tipo di risposta mentre accade è impagabile.

C’è qualche canzone che vi piace particolarmente proporre dal vivo?
Un po’ tutte, mi verrebbe scontato da dirti. Quando suoniamo brani come “Vado Via” o la stessa “Ombra E Odore” succede qualcosa sul palco che è completamente differente rispetto a quando suoniamo “Tratti”, “Cliché”, “Quello Che Non C’è” o “Mezzanotte E Sedici”, che è la chiusura del concerto. Sono tutti momenti diversi gli uni dagli altri, e dirti che preferisco qualcuno di questi sarebbe una forzatura. Alcuni pezzi li alterniamo, è vero; un giorno prima di ogni concerto decidiamo la scaletta e la veste, acustica o elettrica, con cui ci presenteremo, interrelando la direzione artistica che prenderemo con le scelte dei pezzi. In questo ci divertiamo molto a variare, e continueremo a farlo, in quanto è la chiave per suonare bene. Essere a proprio agio e divertirsi è la condizione fondamentale: se non ti diverti, non vai avanti. La gente se ne accorgerebbe e non ti darebbe né credito né fiducia, non si divertirebbe con te. Non provandolo non glielo puoi trasmettere. Se vedi che le persone cominciano a non guardare più il palco, parlano, vanno al banco ad ordinarsi da bere… La sensazione di deludere è una brutta cosa, e noi non vogliamo deludere nessuno rispetto all’attitudine e alla passione che ci mettiamo.
[PAGEBREAK] Che cosa si salva oggi della musica italiana?
(risate N.d.R.)… Forse la speranza. Nel senso che notiamo che qualcosa sta cambiando, il che ci fa ben sperare. Sto parlando prevalentemente della musica rock, pop e R’n’B, che in comune hanno l’essere generi molto popolari anche da noi pur essendo nati fuori dall’Italia. Inventati cioè in altri Paesi. Di conseguenza il gap musical-culturale di un Paese come il nostro, rispetto ai territori dove rock, Drum’n’Bass, R’n’B sono nati è più che un semplice distacco generazionale. Ma è anche perfettamente normale; il vero punto è che vedendo la cosa sotto un’ottica multiculturale sarebbe un peccato non imparare questa lezione d’espressione, di segni musicali, proveniente dall’esterno, per esprimere qualcosa che hai dentro, e adeguarci se ci sentiamo bene in queste vesti. Mettendoci la stessa passione e attitudine che hanno coloro che lo fanno con una tradizione alle spalle. Quello che Elvis ha fatto in America negli anni ’50 può essere arrivato ad una sfera di accettabilità al grande pubblico italiano solo anni dopo. Ma questo poi vale anche in senso inverso, ovviamente: la musica leggera che abbiamo noi è una cosa unica nel nostro Paese e gli estimatori, a livello internazionale, ce lo riconoscono. Tutto sta nella qualità: R’n’B, hip pop, sono generi che oggi vanno alla grande anche da noi pur essendo distanti culturalmente. O almeno lo erano quando sono arrivati. Il successo deriva certamente dal fatto che sono dischi fatti bene, con passione, sono permeati nel nostro background perché era buona musica. Quando un prodotto è buono, italiano o meno che sia, non lo puoi più affrontare con pregiudizio e dire che fa schifo. Se poi tu ci metti la stessa passione e la stessa energia il risultato non ha niente da invidiare a quello che fanno gli altri, e non è affatto copiare perché viene da un’esigenza autentica di esprimersi in quel modo. L’unica cosa che rimane da invidiare sono le strutture e le produzioni, cose che comunque devono subire il processo temporale dell’evoluzione, che, altrove, essendo cominciato prima, è già a buon punto. Ma essere arrivati dopo è un dato di fatto, non una colpa; sarebbe una colpa rifiutare uno stimolo che viene dall’esterno e non provarci.

Assolutamente. La cultura è una risposta ai bisogni di natura di un popolo. È inutile negare che la scena musicale è così per determinati bisogni di musica, così come non si può non dire che l’evoluzione dei gusti e la varietà degli stessi si stanno affermando sempre di più anche in Italia. Gruppi come i Deasonika mettono il loro mattone verso questa evoluzione, non c’è ombra di dubbio, introiettando la lezione di stile dall’esterno e portando secondo la propria necessità di esprimere un contributo di sostanza al genere.
È così che la intendiamo infatti. La musica non dev’essere vista come tifo da stadio, su chi vende di più o ha più successo. Se qualcuno è bravo a suonare, attira attenzione. E se attira attenzione appartiene in qualche modo a una determinata scena. È presente. È tutto qui quello che deve essere il concetto di “affermazione” per un gruppo. Lo spirito del “se lui vende di più o attira più attenzione, la gente non guarda me” è esattamente l’approccio sbagliato, quello da tifo da stadio, appunto. La musica è forma d’arte.

Tornando alla musica italiana: cosa butteresti?
Dunque… In ordine alfabetico? (risate N.d.R.) Ci sono tante cose che non vanno ma non ha senso prenderle singolarmente. Faccio prima a dire il modo di concepire le cose e l’attenzione che c’è verso questo mondo. Ti faccio un esempio. Vai negli Stati Uniti e… Prendi una città come Los Angeles. La guardi un po’ con attenzione, e scopri che ogni dieci metri c’è o un negozio di musica, o una scuola di musica, o un negozio di strumenti musicali. Entri dentro e vedi persone di tutte le età. Anche bambini. Io ho seriamente visto gruppi di bambini andare a provare gli strumenti e con passione, con trasporto, tentare di eseguire i riff dei Nirvana, o dei loro idoli rock. La musica lì si respira. Ed è un business, con tutto quello che di positivo può essere associato ad una forma d’arte. È cioè un vero e proprio lavoro, attorniato dalle possibilità per svilupparlo. In Italia se ti guardi bene intorno questa cosa manca. Anche il musicista è un po’ un eccentrico per certi versi. Se si respirasse questo mondo con le possibilità e con l’accessibilità che hanno per noi il calcio o i reality show, procederemmo in una direzione costruttiva. Ci sarebbero mezzi adeguati per produzioni musicali anche coraggiose e di alto livello. E sarebbe considerato legittimo per tutti provare, in un ambiente favorevole allo sviluppo di chi ha talento. Pensa ad una abituale fruizione maggiore: i dischi avrebbero ragione di costare sensibilmente meno, la stessa cultura porrebbe in un’ottica più normale fare cinquanta euro di ricariche in meno al telefono GSM e cinque dischi di più, nella routine di spesa di un individuo. Perché per questa persona una cultura musicale maggiore avrebbe maggior senso di una spesa telefonica. Altro dato: in televisione la musica di qualità viene spesso messa in una nicchia. Ma peggio di tutto, oltre ai canali musicali tematici, spesso via satellite, i canali più diffusi e tradizionali non educano alla varietà, talvolta non educano affatto alla musica. O la usano al massimo come riempitivo per il palinsesto; di certo chi capita a certe ore in determinati canali e vede un video, o un’esecuzione o un concerto, non pensa che sia di valore. Se non è musica classica, si farà l’idea che è una replica o qualcosa di marginale. Questo non è un buon modo di educare ai gusti, premesso che la televisione ha ottime potenzialità educative. Manca attualmente la voglia di percorrere questa direzione.
[PAGEBREAK] Nel mondo di oggi, dove si vive a velocità elevatissime, dove il tempo non basta mai e dove per attirare l’attenzione della gente bisogna urlare o compiere gesti sempre più clamorosi, hanno ancora importanza quei piccoli dettagli che si scorgono a malapena?
Sono sempre più inosservati questi dettagli, anche se inconsciamente si sa che sono loro a dare la forma, il colore e la sostanza alle cose.

Ho letto e interpretato il brano “Piccoli dettagli al buio” come un brano sui piccoli frammenti di memorie che, per quanto non più valide per un sistema di valori più realista, più adulto, continuano ad avere un valore personale, passi importanti e tappe cariche di intensità emotiva delle tante persone che si è stati nel passato. Com’è il tuo rapporto con la dimensione del passato, della memoria?
Guarda, è un rapporto di autoanalisi continua. Cerco sempre di capire il perché delle mie azioni, dei cambi di comportamento che si possono avere durante una stessa situazione, rispetto magari a come si è partiti ad affrontarla. Sono momenti in cui ci si può dedicare a sé stessi solo quando si è in completa solitudine, magari al buio, in una situazione in cui le risposte non possono venire da fuori, né tu le devi dare a qualcuno. Solo tu puoi risponderti, il che è un buon contesto di base per cominciare ad essere sincero con te stesso.

Mi ricollego a questa tua risposta con una domanda sulla frase “Sai di me anche più di me”. Quando succede che qualcuno ti conosca più di quanto conosci te stesso?
Quando ti guarda bene, e scorge in te degli atteggiamenti di cui tu non sei consapevole. Se alla domanda che qualcuno ti fa, molto semplice, “Ti rendi conto di quello che hai detto o fatto, e di come lo hai detto o fatto?” la tua risposta sincera è no, ecco un esempio di quando non riesci a conoscere te stesso più di quanto lo faccia qualcun’altro. Le persone molto spesso hanno la possibilità di conoscersi veramente, a patto che abbiano disponibilità di osservare l’altro. L’esperienza mi ha insegnato ad osservare tanto e parlare meno. E il risultato è spesso che rielaboro e do una forma più definita alle immagini e alle idee scrivendole; mi dà piacere commentare e dare una spiegazione a quello che percepisco

“Settembre” sembra una velata fine di una storia. Con memorie ancora vive di quello che è stato. La perdita e la separazione sono l’autunno della vita di una persona? (quindi Settembre?)
È una canzone sul cambiamento. È il cambiamento del percorso di una persona. Da esperienze positive o negative cambi la prospettiva con cui guardi la tua vita. Settembre, in questo caso il mese, detta un cambiamento, un po’ come succede nelle diete: da quel dato giorno, cambio. Cambio dieta, decido di cambiare abitudini, di cambiare prospettiva, di rilanciare cose nuove. Settembre mi sembrava un punto di partenza per cambiare la tua vita, le cose che fai e la prospettiva con cui guardi le cose. La stessa prospettiva cambia all’interno del testo. All’inizio c’è un po’ di odio e rancore, poi l’esperienza diventa la cosa più bella e poetica che ti possa capitare.
[PAGEBREAK] “Venere” mostra una spirale vorticosa di identità ricercate, identità di sé e identità dell’altra. L’argomento più cerebrale e forse il più complesso riguardo il rapporto interpersonale con la donna. Andando oltre il testo, come vedi il mondo femminile e come ti ci rapporti?
Il mondo femminile è alimentato da quello maschile. Tutti i comportamenti che il mondo femminile ha sono spesso una conseguenza di quello che vogliamo che faccia. Poi a volte capita pure che noi uomini ci lamentiamo per quello che fanno, generando uno scontro. In ognuno di noi c’è una componente femminile, più o meno presente, che ci fa capire più o meno il comportamento dell’altro sesso. Come ti dicevo all’inizio spesso certe situazioni sono provocate da noi, o perché è bello soffrire, come è bello vendicarsi. Sono tutte provocazioni che fanno sì che questi atteggiamenti siano più o meno presenti. Secondo me l’universo maschile e femminile sono molto simili e vicini. A volte le incomprensioni fanno sì che questi due mondi rimangano un po’ separati, ma sono problemi di comunicazione. Niente di reale, o irrisolvibile. Se li risolvi, i due mondi poi si sovrappongono, in tutto.

Dal punto di vista lirico, e poi dal punto di vista musicale, quale musica ti ha spinto ad amare il lavoro che ora fai?
In famiglia mio padre cantava, e suona tuttora. Respiravo quindi in un ambiente dove la musica era presente a tutte le ore, ed era normale avvicinarvisi. Ne è prova il mio figlio di tre anni che imbraccia la chitarra e mi chiede il plettro, anche se non sa cosa voglia dire suonare una chitarra. A questo aggiungo che stimavo la musica come forma d’arte già prima di avere l’intenzione di usarla per me. Ero da sempre affascinato da forme alternative di comunicazione come poteva essere per esempio la pittura, di cui non mi intendo a livello professionale ma mi attira, sento che comunica. L’ambiguità dei testi o delle poesie, in cui si alternano in conflitto i significati che vuol dare l’autore, quelli che percepisci o vorresti forzare tu, gli sforzi che fai per capire i significati al di fuori di te… In sintesi è questo che ha animato il mio viaggio verso la comunicazione. E infine ho scelto la musica.

Per l’album avete realizzato il video per “Il Giorno Della Mia Sana Follia”. Vi siete avvalsi della stessa regia del vostro primo videoclip datato 2002. Come desideri che sia l’approccio a una forma di comunicazione multimediale, considerata la densa profondità e il lirismo della musica dei Deasonika? In quale film vedresti calzare la tua/vostra musica? Questa è anche la mia ultima domanda e la fine dell’intervista.
Quando abbiamo deciso di dare a Maki Gherzi la regia di “Cliché” e anche “Il Giorno Della Mia Sana Follia” abbiamo adottato lo stesso principio con cui abbiamo scelto chi ha fatto l’artwork del disco e chi ha curato il nostro sito. Siamo partiti dal conoscere le persone, le loro emozioni. Quando abbiamo apprezzato l’uomo, arrivano anche le idee. In questo modo, ognuno secondo la propria arte, tutte queste persone si sono empaticamente avvicinate al disco col nostro medesimo approccio. Consideriamo queste persone come dei veri e propri membri, parte del progetto Deasonika. È un vantaggio assoluto avere delle persone di talento in grado di entrare così bene e in sintonia col tuo lavoro. Un lavoro di squadra con questa compattezza e rispetto per la creatività di ciascuno, crea quel senso di palpabile unità del tutto. Io non mi permetto mai di sindacare sull’operato o sulle capacità di qualcuno che ha talento riconosciuto nel suo campo, al massimo suggerisco opinioni. Ma vedere come Maki abbia portato ad immagine quelle che erano le nostre emozioni, facendo un video marcatamente di gusto nostro, lo ha reso assolutamente parte del nostro modo di vedere le cose. E così il grafico e Stefano, il programmatore del nostro sito: la velocità delle immagini, le prospettive diverse dalla normalità, mai chiare, nascoste da altre… Tutto questo lavoro alla fine si avvicina notabilmente al lavoro del gruppo sui testi e sulla musica. Sia nel video di “Il Giorno Della Mia Sana Follia” che nell’artwork del disco potrai notare un tratto comune: spesso i dettagli portano significati forti, ma sempre con una certa pacatezza, senza mai scadere nella violenza. È una percezione nostra, messa in musica, che è stata colta anche dagli altri. Questo ci fa sentire ancora più credibili in tutti i modi in cui ci presentiamo, anche fuori dal disco, tra le varie componenti del nostro lavoro che non stridono mai l’una con l’altra. E questo grazie a loro. Se tutti nel nostro organico parlano la stessa lingua, è più probabile che la capiscano anche gli altri. In un mondo incredibilmente bombardante di input, fare una cosa grossa e coerente significa avere buone chance di essere selezionato tra le cose da notare e ricordare. Senza unità d’intenti la potenza comunicativa si disperde tra troppi intermediari e si perde anche nel tempo. Per quel che riguarda il film: “Il Sesto Senso”, è il primo titolo che mi viene in mente. Probabilmente per quell’atmosfera da intrigo, da ambiguità, comprensione/incomprensione, capacità/incapacità di realizzare cosa sta veramente accadendo, valutando i dettagli che mano a mano emergono, ogni tanto rivelando all’improvviso immagini davvero forti. Ti ringrazio per la bella intervista. Saluto tutti, con la speranza che la nostra musica possa darvi qualcosa che cercate.

Termina così la chiacchierata quasi informale con Max. I pensieri affollano la testa, come le emozioni sparse nel caleidoscopio ad ampio respiro che la loro musica produce. Godeteveli, al secondo disco già in spolvero da artisti di consumata esperienza.

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