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    Death Angel

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Previsioni: Thrash a catinelle

È risaputo che con l’allungarsi delle giornate e l’aumento delle radiazioni solari lo spirito entra in fermento, si avvertono i primi brividi al pensiero dei festival estivi e alla comparsa di “Killing Season” sugli scaffali si sente l’irresistibile voglia di… THRASH!
Era il 2004 quando il quintetto pubblicò “The Art Of Dying” che segnò il loro ritorno sulla scena musicale, dopo ben quattordici anni di silenzio.

L’energia non si è dissipata da allora e fin dalle prime note si può cogliere tutta l’essenza dei Death Angel che, grazie al loro sound e ai dettami del thrash ottantiano, sviluppano un disco fenomenale che, a differenza del penultimo, ripesca le melodie più amarcord, rimanendo leggero e brioso.
“Lord Of Hate”, dall’intro melodico e pacato, stroncato dal potente urlo di Mark Osegueda, è la traccia d’apertura di questo lavoro esplosivo che non dà adito a ripensamenti; è impossibile non lasciarsi travolgere dalla batteria sempre più veloce e dalle chitarre che assieme al basso si contendono il susseguirsi di riff, dapprima pressanti e cattivi, poi giocosi e scanzonati in “Carnival Justice”: ecco l’esempio lampante di una band che riesce ad essere professionale e al contempo sa prendersi più alla leggera, mantenendo carattere e bravura!
Si ritorna seri con “Buried Alive”, “Soulless” e “The Noose” che incarnano il cuore pompante dell’album, ritornelli che si stampano nelle menti, ritmiche dai dolci ricordi e un’interpretazione impeccabile…

You’re the reason – Face Me
They let go. Lost all hope.
Oppressor
Killing Season – Face Me
You must know you will go
Defector

Non è ancora il momento di posare le air-guitar (o se preferite le bacchette dell’ air-drum), non c’è alcun segno di cedimento, i suoni sono sempre alti e veloci e la voce non ha perso lo smalto dell’inizio: è giunta l’ora di “When Worlds Collide” e “God vs God”. Con “Steal The Crown” diventa complicatissimo trattenere la testa dal più violento e convinto headbanging: non ci sono pause, non c’è fiato, ma solo tanta passione e un esaltante riff che ne compone quasi la metà del corpo. Non ci sono parole per esprimere la grandeur di un traccia come “Ressurrection Machine” che simboleggia a tutto tondo il loro stile e la loro competenza, dando spazio a cori e voce mielosa e a chitarre dure che sanno lasciare il posto a melodie più dolci e profonde.
In definitiva un album e-s-a-l-t-a-n-t-e che monopolizzerà le menti, rendendo addicted chi presterà ascolto!

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