Home > Recensioni > Death By Pleasure: Merry-Go-Round

Le carte in tavola – e i distorsori con loro

Non fa segreto, il duo trentino Death By Pleasure, delle proprie influenze. Anzi, prima che qualcuno possa tacciarli di omaggi un po’ troppo plateali, i DBP prendono l’iniziativa e si dichiarano figli di White Stripes, No Age e rock californiano (che si riferiscano a una versione minimalista e casinara dei Grandaddy?)

Eppure, se questi paragoni ingombranti rischiano di sembrare un po’ troppo ambiziosi, “Merry-Go-Round” nei suoi 25 minuti di primo full-length dimostra inventiva e voglia di non prendersi esageratamente sul serio, con una mescolanza ragionevole di elettronica e lo-fi che nei punti più alti ricorda Slint (“Too Much Of You”), Kills (“The Dusty Carpet”) e il Graham Coxon più rumoroso (“90s Loser”, riuscitissima) e nei punti meno alti omaggia i White Stripes (la pur godibile “Fuck Up”).

Un album d’esordio con brani addirittura incisivi, non il “mixtape” che la band ci vuole far credere: lo sguardo ai mostri sacri della musica permette la creazione di sonorità che non hanno nulla di nuovo ma hanno tutte le potenzialità per diventarlo, ed un’evoluzione emancipatrice è ciò che ci si auspica per un futuro secondo album; forse di 30 minuti, ma di quelli buoni.

Se nel 1997 i Death By Pleasure fossero esistiti e avessero partecipato a quello show piuttosto celebre, chi avrebbe vinto? Avrebbero vinto comunque i Jalisse, ma ci saremmo divertiti di più.

Ascoltare “Merry-Go-Round” non fa immediatamente pensare ai compagni delle medie che canzonano un altro compagno delle medie sostenendo che il suo unico divertimento nell’ascoltare musica sia fare su e giù con la testa, perché i Death By Pleasure non sono un compagno delle medie che fa su e giù con la testa.

Pro

Contro

Scroll To Top