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Rivoluzione death metal

Il quarto capitolo della discografia griffata Schuldiner (perché, non ci sono dubbi, i Death sono la band di Chuck) si presenta da subito come un grande balzo in avanti. D’altra parte i motivi di rottura con il passato sono molteplici, in primis la rivoluzione completa della lineup. Della formazione che diede alle stampe “Spiritual Healing” è infatti rimasto il solo mastermind Chuck Schuldiner, dopo i forti dissidi che avevano visto quest’ultimo contrapposto alla sezione ritmica Andrews-Ward. Culminata con un tour europeo con il singer-chitarrista-fondatore incredibilmente estromesso dai giochi, la tensione si è sciolta con la migliore delle vendette per Evil Chuck, un uomo che ha sempre preferito parlare chiaro con fatti tangibili: questa vendetta si chiama appunto “Human”. Reclutato il funambolico Steve DiGiorgio dei Sadus al basso e l’incredibile coppia Sean Reinert – Paul Masvidal (batterista e chitarrista dei fondamentali Cynic), Schuldiner pubblica un album chiaramente inseribile in quella corrente sperimentale che pervade il death metal nei primi anni ’90, alla quale possiamo ascrivere band come Pestilence, Atheist e Nocturnus. Ci si allontana quindi dalla violenza strutturata e forse un po’ prevedibile del death degli esordi (peraltro già molto raffinatosi nel corso degli anni) per giungere ad un mix di stili che affianca alla velocità, imposta da un Reinert assolutamente impeccabile e terremotante, killer riffs di matrice estrema e aperture melodiche che strizzano l’occhi qui alla fusion, lì alla musica sperimentale d’avanguardia – si veda a proposito la spaziale “Vacant Planet”, brano in cui fanno la loro comparsa effetti elettronici e guitar synth. La voce di Chuck è qui ancora più convincente che in passato, mentre sorprende la straordinaria maturità dei testi, ormai lontanissimi dal gore degli esordi (ma Chuck aveva già mostrato una capacità di autore fuori dal comune, unita ad un interesse per temi di grande spessore). [PAGEBREAK]Non è un caso infatti che durante la carriera dei Death il logo della band sia pian piano cambiato ad ogni release, ripulendosi di ogni connotato schockante come il fuoco acceso sulla croce (che inizialmente appare rovesciata, ma in seguito diventa una semplice croce simmetrica): questo aspetto è infatti sintomatico di una maturazione artistica che ha sempre meno bisogno di utilizzare mezzi estrinseci alla pura musica per colpire l’audience. “Human” è infatti lo spartiacque nella carriera dei Death, che da questo momento in poi sforneranno solo capolavori assoluti, e rappresenta in un certo senso anche il capitolo più cerebrale ed estremo del gruppo. Se infatti ad un ascolto superficiale il corso del disco può apparire forse lineare e granitico, la stratificazione di temi, lirici e musicali, si fa nel tempo chiara, svelando idee di grande genio e soluzioni incredibili. Il tutto condito da una prova dei singoli musicisti, come si può anche prevedere dai nomi coinvolti, del tutto fuori parametro. Purtroppo la produzione lascia leggermente a desiderare (siamo comunque nel ’91) e non è possibile gustarsi appieno l’uso magistrale del fretless bass fatto da DiGiorgio; ciò non toglie che gli assoli di chitarra siano forse quanto di più interessante messo in mostra dalla band in più di una decade (assieme a quelli di “Individual Thought Patterns”) – con “Symbolic” e “The Sound of Perseverance” avverrà uno spostamente a favore dell’espressività pura, con degli assoli di intensità veramente irresistibile, ma formalmente meno stupefacenti. È dunque assolutamente obbligatorio, per degli ascoltatori attenti e ricettivi, o dei fan del metal estremo ed intelligente, soffermarsi su brani imprescindibili come “Together As One”, come l’opener “Flattening of Emotions”, che si apre in modo vertiginoso lasciando senza fiato l’ascoltatore, come “Lack of Comprehension”, episodio migliore del lotto, giocata su una ritmica strutturalmente impeccabile e dotata di un dinamismo senza pari. In realtà, però, andrebbero citati tutti i brani, uno per uno: “Human” è un album che procede senza cedimenti di sorta verso l’orizzonte del metal più raffinato ed elegante, pur mantenendo in sé tutti quei cromosomi velenosi ed aggressivi che hanno fatto sì che Chuck Schuldiner (un musicista di genio ed un uomo ammirevole) abbia sempre potuto dichiarare orgoglioso di essere prima di tutto un fedele headbanger.

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