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I fasti di una volta sono ormai irripetibili

Sono passati ben sette anni dall’ultimo lavoro in studio per i Death In Vegas. Era il 2004 ed usciva “Satan’s Circus”. Da quell’anno il progetto Death In Vegas è stato accantonato temporaneamente, fino a quando il produttore Richard Fearless non è riuscito a partorire un altro album, provando a cambiare qualcosina nel sound e nelle idee.

Ora troviamo un maggiore intimismo, una maggiore oscurità in queste dieci tracce che a tratti lasciano il segno ma che a tratti scivolano via senza scalfire l’animo. È forse questo il tallone d’Achille dell’album: alcuni episodi sono deboli e non colpiscono, e sono forse in maggioranza. Brani buoni ce ne sono eccome, ma i primi tre dischi sono tuttora imbattibili.

La gloria delle origini è difficile ripeterla. Le idee sembrano al minimo, anche se è apprezzabile la voglia di cambiamento. L’accoppiata iniziale “Silver Time Machine”/”Black Hole” fa ben sperare, partenza easy e grinta da vendere, con “Black Hole” che ci riporta agli Archive distorti e arrabbiati di “Fuck You”. Ma già dalla terza traccia si inizia ad avvertire una certa stanca, con una bella ripresa in “Coum”, electro-pop che strizza l’occhio ai New Order.

Sostanzialmente non è un brutto album, ma in ambito elettronico negli ultimi anni è stato fatto molto di meglio e, se vogliamo, questo lavoro può passare in secondo piano. Non da buttare ma nemmeno da elogiare. Sufficiente.

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Contro

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