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  • Death: Individual Thought Patterns

    Death

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Come un colpo allo sterno

Dopo “Human”, nel 1993 è il turno di “Individual Thought Patterns”, e si tratta di un ulteriore progresso. Altro giro, altro regalo, verrebbe da dire: a sostituire i defezionari Masvidal e Reinert ci pensano due musicisti del calibro di Andy LaRoque (già axeman per King Diamond) e, soprattutto, Gene Hoglan (funambolico batterista dei Dark Angel, negli anni anche con Strapping Young Lad e Testament, tra gli altri). Il risultato ottenuto è probabilmente il miglior album della carriera dei Death (escludendo l’ultimo capitolo, “The Sound of Perseverance”, che merita un discorso a parte per più di una ragione). È oltremodo difficile riuscire ad individuare il punto di massimo splendore all’interno della discografia griffata Schuldiner, ma se proprio fosse necessario, la scelta dovrebbe appunto ricadere su questo strabiliante platter. Tutto questo, poi, nonostante la produzione non sia certo lo stato dell’arte – ma non c’è possibilita di discussione, “Individual…” si snoda acrobaticamente tra le spire di song che non sembrano avere punti deboli, affrescate con incredibile fantasia compositiva da Chuck ed innervate da ritmiche in continua, frenetica progressione, eseguite con tocco limpido e velocità spaventosa dal fenomenale Hoglan (è praticamente impossibile spiegare quale sia la devastante forza ritmica che si cela in queste trame cervellotiche, nervose e labirintiche). L’incipit è da infarto, con quella che rimarrà probabilmente la song più arrembante nella discografia dei Death, ovvero “Overactive Imagination”, caratterizzata da un assolo splendido e dalla allucinante doppia cassa, spinta a velocità siderali (almeno per l’epoca). Degno contraltare è la più cadenzata e melodica “The Philosopher”, un 3/4 geniale per un brano che è forse il più rappresentativo in assoluto della band (non a caso opener fissa delle esibizioni live), posta in chiusura a sancire la fine di un lavoro che unisce dinamismo, potenza e fantasia. Nel mezzo, in ordine sparso, la strepitosa “Nothing is Everything”, drumming assassino e commovente riff finale, la tristemente profetica “Destiny”, introdotta da un arpeggio sottile e soffuso, spezzato dall’ennesima magia di un Gene Hoglan che si produce in acrobazie ai limiti del comprensibile, la multiforme “Trapped in a Corner”, teatro di una prova magistrale da parte dei due chitarristi e senza dubbio uno dei brani più indimenticabili regalatici da questo album. Sarebbe per? un errore madornale trascurare anche solo una delle song presenti: mai, probabilmente, un album death metal si era spinto fino a questi assurdi lidi, senza tuttavia perdere di vista melodia, coesione, coerenza estetica. “Individual Thought Patterns” è un capolavoro sotto ogni punto di vista: dai riff sbilenchi e lancinanti, agli assoli eloquenti più di mille parole, ai testi intelligenti, profondi e ricercati, passando per l’enorme energia compressa all’interno di questi dieci solchi. Un album metal fin nel midollo, giuramento di fedeltà musicale ad un genere cui Chuck Schuldiner si è sempre dichiarato indissolubilmente legato – e pur così rivoluzionario, fresco, innovativo e sorprendente, laddove troppo spesso, con la scusa della coerenza, dozzine di band hanno semplicemente ripetuto, sterili, idee già proposte e sviscerate a fondo in passato. “Individual Thought Patterns” è un’opera necessaria, imprescindibile, di una band grande come pochissime altre, di un musicista geniale che ha saputo regalare ad ogni passo della sua carriera album di grande rilievo artistico, oltre che intensi e coinvolgenti oltremisura.

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