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Il vero inizio

“Leprosy” è un album d’importanza straordinaria per l’heavy metal degli anni ’90. Generalmente un articolo critico relativo ad un prodotto discografico dovrebbe principalmente prendere in analisi la qualità musicale, il valore tecnico, il livello delle composizioni e l’impatto del sound. Ricordate il film di Peter Weir intitolato “L’Attimo Fuggente”? Uno dei meriti principali del professor Keating (R. Williams) era quello di far strappare le pagine di un libro di testo che si prefiggeva di valutare un componimento poetico per mezzo di un grafico cartesiano, entro cui inserire dei valori numerici associati a diversi parametri di giudizio. Bene, strappate dalla vostra mente quelle pagine, e gettate il vostro sguardo in una dimensione trans-temporale, per giungere a capire cosa significò, nel 1988, un album come “Leprosy”. Semplicemente la formalizzazione stilistica più compiuta esistente (non l’invenzione pura, come qualcuno afferma) di un genere che negli anni ’90 ha rappresentato forse il maggior territorio di innovazione e crescita per il metallo: il death. Schuldiner, accompagnato da Rick Rozz (ancora songwriter al tempo), e dalla sezione ritmica Bill Andrews-Terry Butler, prese la lezione di Venom, Celtic Frost, Slayer, Sodom e soprattutto Possessed (veri prime movers, con il loro “Seven Churches”) e la rielaborò fino a fissare i contorni chiari di uno stile che da qui in poi si sarebbe evoluto in modo esponenziale. Chitarre veloci, ritmi martellanti senza mai scadere nelle inflessioni del brutal o del grind, testi che si allontanano leggermente dal gore degli esordi (le lyrics death saranno tra quelle più interessanti dell’intera scena heavy), vocals laceranti. C’è tutto, in questo “Leprosy”, un piccolo manuale dei fondamentali stilistici che in modo conscio o meno ogni band estrema ha nel proprio DNA. Poi, certo, c’è la questione qualitativa. Ed allora bisogna dire che questo platter risulta essere piuttosto ripetitivo, gode di una produzione molto più pulita rispetto all’esordio, ma ancora decisamente migliorabile, è piuttosto zoppicante in alcuni episodi – e soprattutto scevro dell’afflato progressivo che permea lavori come “Individual Thought Patterns”. D’altro canto sono molti gli assoli interessanti (ancora debitori nei confronti dello stile dell’accoppiata King/Hannemann), c’è una potenza di fondo che non può lasciare freddi. La posizione di ‘rottura’ espressa con queste song poi ha dell’incredibile, tra scariche di aggressività pura ben lontane, tuttavia, dal caotico assalto del grind britannico, e sempre strutturate in modo compatto e ragionato. Proprio la validità delle strutture è tra l’altro l’elemento che garantisce qualcosa in più a questo esempio di death metal rispetto a molti altri, sia precedenti che successivi: i brani funzionano alla grande, sono solidi e rocciosi, e la furia non si risolve in assalto cieco, ma viene incanalata su binari istintivi ma razionali. C’è un grande controllo, una grande lucidità a tenere le briglie di questo furore: per questo il colpo risulta mortifero. E poi, last but not least, c’è “Pull the Plug”, un brano che da solo vale l’acquisto dell’album, e che infatti rimarrà in pianta stabile nelle esibizioni live della band per più di dieci anni, esattamente come la pionieristica “Zombie Ritual” – la differenza è che “Pull the Plug” musicalmente è di un altro pianeta. “Leprosy” quindi è un disco da avere, per lo meno se amate il metal estremo.

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