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Death metal: Tutto fumo e niente arrosto

È certamente periodo di crisi, bisogna far economia non solo di soldi ma anche di tempo, ecco perché si ritiene necessario mettere in guardia gli utenti nei confronti dei lavori criticabili che vengono immessi sul mercato senza nessun controllo di qualità.
Il settore è quello del death che, come altri generi, viene contaminato e stuprato senza ritegno, senza inventiva e senza limiti.
I toni possono sembrare aspri, ma solo con occhio critico si può osservare come si stia vivendo un momento oscuro e cianoticoin cui il fiorire di band è incontrollabile – peccato non lo sia al contempo la nascita di estro.
Che abbia inizio la macellazione!

Trovare una band sensazionale è utopico, a conferma di questa teoria il primo omonimo full-length dei macedoni Arhont, una sorta di death contaminato da inserzioni newage, punte di virtuosismi progressive e tanta doppia cassa; di per sé potrebbero essere tutti elementi che se giocati bene si possono rivelare vincenti, ma, in questa sede, vengono travisati da una fissa e monotona voce growl, capace molte volte di rompere una sorta di sintonia di fondo, anche quando a sostegno si aggiunge la seconda voce più urlata.
Aggiungendo inoltre che la batteria ha per la maggior parte del tempo un suono metallico, vuoto e decisamente fastidioso, il quadro finale che si prospetta non è dei migliori, un vero peccato visto che qualche spunto interessante da sviluppare, a livello strumentale, è anche presente.

Si inseriscono in questo concetto anche i finlandesi Deathchain, che, da un inizio glorioso, sono passati alla più becera produzione.
Ovviamente non si sta parlando di tecnica, visto che quella non manca e si fa sentire prepotente, nei ritmi sparati e ben calibrati e nelle linee vocali agili ed elastiche,ma più che altro della completa mancanza di originaltà e fantasia! Niente, neanche una briciola di speranza.
Quaranta minuti di “pornografia” musicale, con canzoni fine a se stesse, che di variare non hanno nemmeno la più pallida intenzione e che gettano nello sconforto chiunque li ascolti; c’è da dire che hanno ben chiaro cosa vogliono, death – t(h)rash sparato senza pause e senza pietà, ma diventa insostenibile il ripetersi continuo della viziata solfa.

Ritmi più movimentati? Possibilità di gradimento? No, non vi illudete si è solo passati a death / thrash core di “Unmitigated Evil” degli austriaci Legacy Of Hate.
Un lavoro pari alla carne addizionata ai solfiti, di aspetto buono ma potenzialmente tossica.
La metafora è delle più calzanti visto che si ha davanti un lavoro vuoto, senz’anima, senza passione, senza freschezza, tutte qualità che vengono espresse benissimo dalla mediocrità degli schemi core, prolungando la tediosa formula screaming voice alternata a sonorità melodiche e parti più pesanti.

È tempo dei No Return… una promessa?
No, solo il nome di una band francese.
“Manipulated Mind” è il loro ottavo album che segna il repentino declino del gruppo, il quale, non pochi anni fa, regalava qualche emozione e speranza.
Bisognerebbe chiarire una volta per tutte che death non significa solo ed unicamente voce sporca e qualche riff buttato a caso su un fondo feroce di batteria: si dovrebbe focalizzare come questo genere sia l’emblema di quel vortice di energia e morbosità, che ti spinge al massimo, che ti sconvolge sia con turbinii grezzi e violenti sia con atmosfere iper tecniche e raffinate, sfogandosi in ritmo e passione.

Seguite un consiglio: risparmiate i soldi per acquisti più utili e rimanete in attesa di un lavoro in grado di prendervi a calci sulle gengive facendovi chiedere il bis.

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