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    Death

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L’urlo sgraziato degli anni ottanta

Difficile parlare di questo disco oggi, sia per la mole di eventi significativi che si trascina dietro, sia per l’importanza che un lavoro del genere ha avuto nella storia della musica estrema. Siamo alla fine degli anni ’80, dopo una lunga gavetta nel folto underground americano, dalla calda Florida i Death di Chuck Schuldiner mandano alle stampe il primo disco death metal della storia. Niente nasce dal nulla, e se l’album segna in effetti l’inizio di questo genere, le sue radici affondano e bevono avidamente da gruppi quali Venom e Celtic Frost, Slayer e Possessed. Ma mai prima di allora si era sentito tutto questo in un solo album, senza pause o rallentamenti, un unico grezzo e inamovibile blocco di metallo.
Oggi “Scream Bloody Gore” suona datato, forse non tanto quanto ci si potrebbe aspettare, ed in effetti continua a funzionare dall’inizio alla fine; è come un monitor impostato a 256 colori, vediamo molto bene le linee che dettano le forme, ma mancano ancora tutte quelle sfumature alle quali ormai siamo abituati. In questo schema non c’è un riff che non sia significativo, una canzone che non abbia una forma propria, e si sentono già stralci del solismo e di quelle immancabili scale minori che sono lo scheletro della personalità dei Death. La batteria è semplice, c’è un desiderio costante di velocità che probabilmente per allora sarebbe stato da considerare esaudito. Mancano il tecnicismo e le contaminazioni che porteranno Masvidal e Reinert su Human, o gli estremismi ritmici di Hoglan e Christy più avanti. Ma il bello di questo disco, il valore che mantiene ancora oggi, è quella prole di memorie legata alla cultura delle estati film horror e popcorn, il profumo dell’America degli eighties dai giubbetti di jeans strappati alle baracche in riva al camping di Crystal Lake, viene voglia di aprire un sacchetto di patatine e ungersi le mani per imbrattare il CD, poi chiudere gli occhi, premere play e tornare ai giorni dello skateboard e del Nintendo. Un po’ come vedere un vecchio film “liceo di maggiorate contro zombi obesi”, un’opera che mantiene il suo fascino (proprio così), ma difficilmente quel fascino sarà unicamente o “strettamente” artistico, e di certo non universale.
L’album è stato rinnegato da Chuck, l’uomo e l’artista con il tempo erano cresciuti, e la strada li aveva portati se non più avanti, sicuramente altrove. Restano il gusto e la sapienza geometrica nell’assemblare riff, il feeling degli ultimi dischi misto all’impatto e all’immediatezza che non saranno più, per forza di cose, e quel piacere rievocativo di cui sopra, così semplice, unico e immortale.

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