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Un nuovo passo verso il rinnovamento

Continua in maniera singolarmente progressiva la maturazione tecnico-compositiva dei Death. Dopo un album largamente imperfetto seppur storico come “Leprosy”, è il turno di questo “Spiritual Healing”, che registra la solita semirivoluzione in lineup. La novità più importante da questo punto di vista è senza dubbio la presenza del talentuoso chitarrista James Murphy (forse il più abile session man in ambito estremo – Testament, Cancer, Disincarnate, Obituary sono solo alcuni dei grandi ensemble cui il buon James ha prestato la sua abilità), che affianca il sempre più consapevole Evil Chuck alle asce. Ne scaturisce un album abbastanza compatto, più vario e dinamico del suo predecessore, e senza dubbio prodotto in maniera migliore. Paradossalmente, nonostante la presenza di grandi brani come “Low Life” o l’opener “Living Monstrosity”, questo platter sarà il più penalizzato in fase live, tanto che negli ultimi show della band non ci sarà traccia di questo lavoro. Certo, manca probabilmente la song davvero memorabile (“Scream…” e “Leprosy” vantavano rispettivamente la seminale “Zombie Ritual” e la mastodontica “Pull the Plug”), ma il livello compositivo è senza dubbio più omogeneo che in passato, e a fianco della maggior propensione alle liriche sociali e filosofiche (in una parola: mature) fa capolino anche la tendenza a lasciare in secondo piano le classiche sfuriate dirette e ultralineari che caratterizzavano il death degli esordi. Insomma, del caos confuso ed ingenuo ci sono sempre meno tracce, ed i Death stanno ben dissodando il terreno di quella piccola rivoluzione tematico-musicale che ha reso il death floridiano genere estremamente rilevante nell’evoluzione musicale di tutta la musica dura degli ultimi 15 anni (nonostante il colpevole silenzio di critici e “storici” del metallo che spesso sembrano dimenticarsi come una fetta cospicua di heavy odierno sia imprescindibilmente legato ai pionieri di quei giorni). Senza dubbio, tuttavia, questo “Spiritual Healing” fa ancora parte della ‘fase uno’ della carriera della band di Schuldiner (quella fase in cui la band è ancora semplicemente una valida band death): il salto definitivo arriverà con il monumentale “Human”, che installandosi in una curva ascendente continua rappresenterà la frattura qualitiva necessaria a far fare ai Death il definitivo salto di livello. Ciò non toglie che, per rilevanza storica e (contestualizzato) valore musicale, questo album non vada assolutamente dimenticato, facendo parte di una discografia che andrebbe conosciuta ed apprezzata per intero.

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